Una riduzione calorica moderata potrebbe influenzare alcuni processi infiammatori associati all’età, oltre ad avere effetti sul peso. È l’ipotesi sostenuta da uno studio che ha analizzato il rapporto tra alimentazione, metabolismo e sistema immunitario, con particolare attenzione alla proteina C3a.
I ricercatori hanno seguito per due anni persone che avevano ridotto l’apporto energetico di circa il 14%. Attraverso l’analisi delle proteine presenti nel sangue, hanno cercato di individuare i cambiamenti biologici collegati alla restrizione calorica. Tra le molecole osservate, C3a ha mostrato una diminuzione nei partecipanti che mangiavano meno.
Il ruolo della proteina C3a
C3a fa parte del sistema del complemento, una componente delle difese immunitarie coinvolta nella risposta infiammatoria. Secondo i risultati, livelli più bassi della proteina potrebbero essere associati a una riduzione dell’infiammazione cronica di basso grado che tende a crescere con l’avanzare dell’età, spesso indicata come infiammazione dell’invecchiamento.
Il dato osservato negli esseri umani non dimostra però che mangiare meno rallenti l’invecchiamento. Indica piuttosto un possibile meccanismo biologico attraverso cui la restrizione energetica potrebbe contribuire a modificare alcuni processi legati alla salute nel tempo.
Per approfondire il fenomeno, gli studiosi hanno utilizzato anche modelli animali. Nei topi, la presenza di C3a aumentava con l’età e una fonte rilevante sembravano essere alcune cellule immunitarie localizzate nel grasso viscerale, il tessuto adiposo accumulato nella parte profonda dell’addome. Quando il segnale della proteina veniva bloccato, gli animali mostravano meno segni di infiammazione, un equilibrio metabolico migliore e indicatori compatibili con un invecchiamento più sano.
Questi risultati devono essere interpretati con prudenza: ciò che emerge nei topi non può essere trasferito automaticamente alle persone. Inoltre, il sistema del complemento svolge una funzione importante nella difesa dalle infezioni. Un’inibizione eccessiva di C3a potrebbe quindi comportare conseguenze indesiderate.
Una possibile pista, non una dieta per tutti
Lo studio non fornisce una raccomandazione generale a ridurre le calorie. Una diminuzione del 14% mantenuta per due anni può essere difficile da seguire e non è adatta a chiunque. Bambini, anziani fragili, persone con disturbi alimentari, malattie croniche o esigenze nutrizionali specifiche non dovrebbero ricavare indicazioni pratiche dirette da questi risultati.
Il contributo principale della ricerca è mostrare che tessuto adiposo, metabolismo e immunità potrebbero essere collegati più strettamente di quanto si pensasse. Le abitudini alimentari regolari e sostenibili possono avere effetti che vanno oltre la bilancia, ma da un singolo studio non deriva la prova di una maggiore longevità negli esseri umani. L’eventuale sviluppo di farmaci in grado di imitare alcuni effetti della restrizione calorica resta, al momento, un’ipotesi futura.
Il lavoro, intitolato Exoproteome of calorie-restricted humans identifies complement deactivation as an immunometabolic checkpoint reducing inflammaging, è stato pubblicato su Nature Aging. Il DOI dello studio è 10.1038/s43587-026-01107-0.