Un PSA più alto del previsto non equivale automaticamente a una diagnosi di tumore. Il valore, prodotto dalla prostata e misurato attraverso un esame del sangue, può aumentare anche in presenza di un ingrossamento benigno della ghiandola o di un’infiammazione. Inoltre, non esiste una soglia unica capace di distinguere con certezza una situazione normale da una patologica.
Per questo, il primo obiettivo è verificare che il dato sia affidabile. Se non ci sono sintomi e il PSA è compreso tra 3 e 10 ng/mL, in genere si valuta la ripetizione dell’esame prima di procedere con altri accertamenti. I tempi dipendono dal contesto: possono essere di circa quattro settimane quando la palpazione della prostata non evidenzia elementi sospetti, oppure arrivare a 6-8 settimane in altri percorsi di conferma dello screening.
Il controllo dovrebbe essere eseguito, quando possibile, nello stesso laboratorio. È inoltre opportuno concordare il prelievo lontano da alcune condizioni che possono aumentare temporaneamente il PSA: un’infezione urinaria, un’eiaculazione nei giorni precedenti, una procedura recente sulla prostata, come una biopsia, o attività fisica intensa quale il ciclismo nei due giorni prima dell’esame. Dopo un’infezione o una biopsia, l’attesa può dover essere più lunga e va stabilita dal medico.
Quando il valore resta alto
Rimisurare il PSA serve a ottenere un dato più interpretabile, ma non elimina la causa dell’eventuale aumento. Se il secondo risultato è più basso, il quadro può cambiare, anche se una riduzione non esclude da sola un tumore. Se invece il valore resta elevato, la valutazione considera l’insieme dei fattori di rischio: età, esame clinico, andamento nel tempo e altri elementi.
Negli uomini senza sintomi e con un PSA tra 3 e 20 ng/mL, la risonanza magnetica della prostata può contribuire a stabilire se sia necessaria una biopsia. Non si tratta, però, di un passaggio obbligato per tutti: la decisione dipende dal quadro complessivo e spetta al medico.
Farmaci e antibiotici
Finasteride e dutasteride possono ridurre il PSA di circa il 50% dopo 6-12 mesi di assunzione. Sono farmaci utilizzati in alcuni uomini con sintomi urinari e prostata ingrossata, non per correggere il risultato di un esame. La loro prescrizione deve tenere conto anche dei possibili effetti indesiderati, compresi quelli sessuali.
Durante la terapia il valore risulta dimezzato per effetto del farmaco. Dopo circa sei mesi viene quindi definito un nuovo riferimento, rispetto al quale valutare eventuali aumenti confermati. Assumere questi medicinali soltanto per ottenere un numero più basso renderebbe il PSA più difficile da interpretare.
Gli antibiotici, invece, non sono indicati in assenza di segni di infezione con il solo scopo di ridurre il PSA. Negli studi sulla prostatite senza sintomi non hanno aumentato la probabilità che il valore tornasse normale e non hanno aiutato a distinguere le cause benigne da un tumore. Un’infezione batterica diagnosticata deve comunque essere curata.
Febbre, disturbi urinari e dolore richiedono una valutazione medica senza aspettare il prossimo controllo. Possono indicare una prostatite acuta o un’altra infezione, soprattutto se associati a malessere generale e difficoltà a urinare. In questi casi la terapia serve a curare l’infezione, non semplicemente a modificare il PSA.
Dopo un trattamento per un tumore della prostata, il valore viene utilizzato per seguire gli effetti della chirurgia o della radioterapia. Un aumento deve essere discusso con l’équipe curante e confrontato con i risultati precedenti. Una singola misurazione elevata non dimostra necessariamente una recidiva: il medico può indicare un nuovo test o ulteriori accertamenti.