Nel 2025 le dimissioni volontarie dei medici dagli ospedali italiani hanno superato le uscite per pensionamento. Secondo un’indagine di Anaao Assomed, i professionisti che hanno lasciato il servizio pubblico sono stati 3.767, contro i 2.876 che hanno raggiunto i limiti di età.
Il dato rappresenta un aumento del 150% rispetto alle 1.503 dimissioni registrate nel 2024 e corrisponde al 3,5% del totale dei medici della sanità pubblica. Si tratta di una soglia mai raggiunta, nemmeno nei periodi più critici della pandemia. Il sorpasso delle dimissioni volontarie sui pensionamenti è stato rilevato in 12 regioni su 20.
Che cosa indica il confronto
Il rapporto tra dimissioni volontarie e pensionamenti offre un’indicazione sulla capacità del servizio pubblico di trattenere il personale medico. Il pensionamento è infatti un’uscita prevedibile e programmabile, mentre la dimissione volontaria può arrivare prima del previsto e riguarda spesso professionisti ancora nel pieno dell’attività.
Lasciare il servizio pubblico non significa necessariamente abbandonare la professione. Tra le possibili destinazioni ci sono la sanità privata, la libera professione, la medicina territoriale, l’attività all’estero e il lavoro a prestazione. Il dato complessivo, da solo, non permette di stabilire quale di questi percorsi sia prevalente né di misurare con precisione l’impatto sul sistema.
Carichi di lavoro e conseguenze sull’assistenza
Nel dibattito sanitario, tra le cause più citate figurano i carichi di lavoro, i turni notturni e festivi, la pressione nei reparti più esposti, come pronto soccorso ed emergenza, il rischio di contenzioso legale e il divario retributivo rispetto ad altri settori. Il peso di ciascun fattore può variare in base alla specialità e al territorio.
Tra gli elementi discussi c’è anche il burnout, associato a esaurimento emotivo, distacco dal proprio ruolo e riduzione del senso di efficacia professionale. Il fenomeno viene ricondotto soprattutto a condizioni organizzative protratte nel tempo, più che a una fragilità individuale. Per questo, gli interventi considerati più efficaci riguardano l’organizzazione del lavoro oltre al supporto alle singole persone.
La carenza di personale e l’affaticamento degli operatori sono associati a un aumento del rischio di errori e a una minore continuità delle cure. Le uscite anticipate possono inoltre indebolire la trasmissione di competenze ai medici più giovani, che in ospedale avviene in larga parte attraverso l’esperienza sul campo.
Il sistema può così entrare in un circolo difficile da interrompere: chi resta assorbe il lavoro dei colleghi che se ne vanno e l’aumento del carico può favorire nuove dimissioni. Per valutare quanto questo meccanismo incida nei diversi contesti regionali servono dati più dettagliati rispetto a quelli aggregati.