Trascorriamo gran parte della giornata in ambienti chiusi, tra abitazioni, scuole, uffici e mezzi di trasporto. Questa abitudine potrebbe avere un ruolo anche nello sviluppo dei disturbi della vista. Un nuovo studio ha esaminato l’ipotesi che non conti soltanto la quantità di illuminazione ricevuta, ma anche la sua composizione e, in particolare, la presenza di alcune lunghezze d’onda corte.
La miopia si verifica quando il bulbo oculare cresce eccessivamente in lunghezza: in questo modo le immagini si formano davanti alla retina e la visione da lontano risulta sfocata. L’aumento dei casi registrato negli ultimi decenni ha spinto i ricercatori a studiare con maggiore attenzione il contributo dei fattori ambientali, oltre alla predisposizione genetica.
Lo studio sulla luce indaco
La ricerca ha utilizzato il tree shrew, un piccolo mammifero considerato un modello utile per lo studio dello sviluppo dell’occhio perché presenta caratteristiche più vicine a quelle dei primati rispetto ad altri animali impiegati in laboratorio. Gli esemplari sono stati sottoposti a illuminazione bianca calda, con o senza un’integrazione nella banda dell’indaco, compresa tra 419 e 446 nanometri.
Nel contesto sperimentale, l’aggiunta di luce indaco ha impedito la progressione della miopia indotta artificialmente attraverso lenti negative. Il risultato suggerisce che lo spettro luminoso che raggiunge l’occhio potrebbe influenzare i meccanismi coinvolti nella crescita oculare. L’ipotesi si collega anche a precedenti ricerche sul recettore fotosensibile OPN5, che potrebbe contribuire alla regolazione di questi processi.
Il dato è di interesse soprattutto per l’età evolutiva, quando la miopia può comparire o peggiorare. Se il ruolo della luce venisse confermato, in futuro si potrebbe valutare una progettazione degli ambienti interni più attenta alle caratteristiche dell’illuminazione, oltre alla già nota importanza del tempo trascorso all’aperto.
I limiti e le indicazioni pratiche
Gli autori, tuttavia, non hanno dimostrato che cambiare le lampadine di casa o della scuola possa prevenire la miopia. Si tratta infatti di una ricerca condotta su animali e in condizioni controllate. La miopia indotta con lenti in laboratorio non coincide necessariamente con quella osservata nelle persone, che può dipendere dall’interazione tra genetica, attività da vicino, abitudini quotidiane e permanenza all’aperto.
Non è quindi possibile affermare che la carenza di luce indaco sia la causa dell’aumento della miopia. I risultati indicano, al massimo, un possibile fattore ambientale da approfondire con ulteriori studi e con ricerche cliniche sull’uomo. Per ora, le indicazioni più solide restano il tempo all’aperto, i controlli della vista quando indicati e una gestione equilibrata delle attività che richiedono una visione ravvicinata.
La ricerca è stata pubblicata su Cell Reports Medicine con il titolo Prevention of myopia in a near-primate by supplemental indigo light suggests a hypothesis for the myopia boom. Il DOI del paper è 10.1016/j.xcrm.2026.102999. Eventuali applicazioni negli ambienti scolastici o domestici richiederanno prima la conferma dei risultati in studi clinici.