Una tecnica non invasiva che utilizza energia sonora focalizzata per distruggere i tumori del fegato sembra poter essere eseguita con un impatto procedurale contenuto. Ma i dati raccolti nella pratica clinica invitano alla prudenza: la buona tollerabilità del trattamento non coincide necessariamente con un beneficio concreto per ogni paziente.
È quanto emerge da uno studio pubblicato su JAMA Network Open, che ha analizzato l’impiego dell’istotripsia al di fuori dei trial clinici, in condizioni più vicine alla realtà quotidiana. La ricerca ha coinvolto 972 adulti trattati per tumori del fegato, con un’età mediana di 67 anni.
Quasi sette pazienti su dieci presentavano metastasi epatiche, cioè lesioni originate da altri organi. Le sedi di partenza più frequenti erano il colon-retto e il pancreas. Tra i tumori primitivi del fegato risultavano invece più comuni l’epatocarcinoma e il colangiocarcinoma intraepatico. Molti partecipanti avevano inoltre condizioni associate rilevanti, tra cui ipertensione, diabete o cirrosi.
Una procedura generalmente breve
Sotto il profilo tecnico, i risultati iniziali sono apparsi favorevoli. Nella maggior parte dei casi l’intervento è stato completato in un’unica seduta, spesso in regime ambulatoriale, con dimissione nella stessa giornata o al massimo il giorno successivo. Gli effetti indesiderati rilevati attraverso gli esami del sangue sono stati per lo più lievi, mentre i problemi renali acuti sono risultati rari.
Il dato più delicato riguarda però la mortalità: entro 30 giorni dal trattamento è morto circa l’11% dei pazienti. Nello stesso periodo, riammissioni ospedaliere e accessi al pronto soccorso sono stati poco frequenti. Secondo gli autori, questo elemento potrebbe essere legato soprattutto alla gravità della malattia di base, spesso avanzata e metastatica, più che a complicanze immediate della procedura. Lo studio, tuttavia, non consente di dimostrarlo.
Il beneficio non è uguale per tutti
Il messaggio principale è che una terapia locale apparentemente leggera non è automaticamente utile allo stesso modo in ogni situazione. Quando il tumore è molto aggressivo o diffuso, trattare una o più lesioni nel fegato può non modificare in misura sostanziale l’evoluzione complessiva della malattia.
Lo studio non conclude che l’istotripsia sia inefficace o pericolosa in sé. I risultati indicano piuttosto che la tecnica appare fattibile e relativamente ben tollerata, mentre il suo ruolo nella cura dei tumori epatici deve ancora essere definito con maggiore precisione, soprattutto nei pazienti con metastasi diffuse.
La scelta deve quindi essere valutata in modo multidisciplinare, considerando lo stadio della malattia, le terapie sistemiche già effettuate o previste, la funzionalità del fegato e le condizioni generali della persona. Non conta soltanto la possibilità tecnica di trattare una lesione, ma anche il momento giusto e l’obiettivo realistico della cura.
La ricerca presenta inoltre limiti importanti: si tratta di un’analisi retrospettiva basata su cartelle cliniche elettroniche. Mancavano informazioni dettagliate sull’estensione del tumore, sui trattamenti oncologici associati e sull’obiettivo preciso della procedura. Non è quindi possibile stabilire un rapporto di causa-effetto tra il trattamento e i decessi osservati. Per chiarire quali pazienti possano ottenere un vantaggio concreto serviranno studi prospettici e confronti diretti con le altre tecniche disponibili.