Salute epatica

Fegato grasso, il ruolo di zuccheri, peso e metabolismo

La MASLD non dipende da un solo alimento: bevande dolcificate, diabete e adiposità addominale incidono sul rischio.

Fegato grasso, il ruolo di zuccheri, peso e metabolismo

La steatosi epatica può comparire anche in chi beve poco o non consuma alcol. Oggi questa condizione viene definita MASLD, una sigla che indica la presenza di grasso nel fegato insieme ad almeno un fattore di rischio cardiometabolico, come sovrappeso addominale, glicemia alterata o pressione alta. La definizione non richiede un’astinenza assoluta, ma un consumo di alcol al di sotto delle soglie considerate dannose.

Il quadro, quindi, non dipende necessariamente da un singolo alimento. La MASLD è una malattia multifattoriale e, nella progressione verso fibrosi avanzata e cirrosi, hanno un peso rilevante soprattutto il diabete di tipo 2 e l’obesità, in particolare quella localizzata sull’addome. Anche età, predisposizione genetica e distribuzione del grasso corporeo possono modificare il rischio.

Bevande zuccherate sotto osservazione

Gli zuccheri possono contribuire al problema quando aggiungono calorie in eccesso e peggiorano l’equilibrio metabolico. Una revisione condotta su oltre 2.000 partecipanti ha rilevato un effetto più evidente per le bevande zuccherate consumate come calorie aggiuntive, associate a un aumento del grasso nel fegato. Quando gli zuccheri contenenti fruttosio sostituivano, a parità di calorie, altri nutrienti, non è emerso lo stesso effetto.

La differenza sembra quindi legata soprattutto all’eccesso energetico. Per questo le linee guida raccomandano di evitare le bevande zuccherate e di limitare gli alimenti ultra-processati ricchi di zuccheri e grassi saturi, privilegiando un modello simile alla dieta mediterranea. La frutta intera rientra nell’alimentazione raccomandata e non va equiparata alle bevande dolcificate. Il succo, anche se al 100 per cento, non riceve lo stesso trattamento nelle indicazioni, che privilegiano la frutta non trasformata.

Spuntini e controlli: cosa conta davvero

Non ci sono prove sufficienti per sostenere che fare spuntini sia, da solo, una causa del fegato grasso. Allo stesso modo, eliminarli non sembra offrire un vantaggio indipendente dalle calorie complessive e dalla qualità degli alimenti. Gli studi sulla frequenza dei pasti sono pochi e non omogenei. Anche l’alimentazione a tempo ristretto, basata su finestre orarie, non ha mostrato finora un beneficio specifico rispetto alla semplice riduzione delle calorie.

Un trial di 12 settimane ha indicato risultati migliori con tre pasti e tre spuntini rispetto ad altri schemi, ma i gruppi differivano anche per apporto calorico e composizione della dieta. Non è quindi possibile attribuire l’esito allo spuntino in sé. A contare sono soprattutto il contenuto dello spuntino e le calorie che aggiunge.

La quantità di grasso vista all’ecografia non basta a stabilire la gravità della malattia. Anche con transaminasi normali possono essere presenti steatoepatite o fibrosi avanzata, mentre il rischio clinico dipende soprattutto dallo stadio della fibrosi. Una valutazione medica è particolarmente importante in presenza di diabete di tipo 2, obesità addominale associata ad altri fattori metabolici, alterazioni persistenti degli esami epatici o steatosi scoperta casualmente.

Sul piano pratico, le evidenze sostengono il ruolo di una perdita di peso graduale e mantenuta: oltre il 5 per cento si associa a una riduzione del grasso epatico, tra il 7 e il 10 per cento a un miglioramento dell’infiammazione e oltre il 10 per cento a un possibile miglioramento della fibrosi. Sono obiettivi clinici, non risultati automatici, da perseguire evitando restrizioni estreme e digiuni prolungati fai-da-te. Anche quantità e storia del consumo di alcol vanno valutate, perché alcol e fattori metabolici possono sommarsi nel danno epatico.