Le abitudini alimentari potrebbero essere associate al modo in cui cambia il cervello con l’età. A suggerirlo è uno studio osservazionale condotto su circa 1.600 adulti di mezza età e anziani, seguiti per oltre dieci anni. I partecipanti hanno compilato più volte questionari sulle proprie abitudini alimentari e si sono sottoposti a ripetute risonanze magnetiche.
Che cosa emerge dalla ricerca
I ricercatori hanno valutato quanto l’alimentazione dei partecipanti si avvicinasse alla dieta MIND, un modello che combina elementi della dieta mediterranea con indicazioni utili al controllo della pressione arteriosa. Il regime privilegia verdure a foglia verde, frutti di bosco, legumi, cereali integrali, pesce, pollame e olio d’oliva, mentre limita dolci, fritti, carni rosse e burro.
Le persone più aderenti a questo modello mostravano una perdita più lenta di materia grigia, il tessuto che contiene i corpi delle cellule nervose. Secondo le stime degli autori, la differenza corrisponderebbe a circa due anni e mezzo di invecchiamento cerebrale in meno nell’arco dello studio. Anche i ventricoli, cavità che tendono ad allargarsi quando il tessuto cerebrale diminuisce, crescevano più lentamente, con un vantaggio stimato intorno a un anno.
Tra i singoli alimenti, frutti di bosco e pollame risultavano associati a misure più favorevoli, mentre dolci e fritti erano collegati a un restringimento maggiore. Si tratta però di indicazioni da interpretare con cautela: i risultati non permettono di stabilire l’effetto di un singolo alimento né di individuare cibi capaci di ringiovanire il cervello.
I limiti e le indicazioni pratiche
Il limite principale è il disegno dello studio. Essendo osservazionale, la ricerca mostra un’associazione, ma non dimostra un rapporto di causa ed effetto. Chi segue un’alimentazione più varia e ricca di vegetali potrebbe infatti avere anche altre abitudini favorevoli, come svolgere più attività fisica, fumare meno o disporre di condizioni economiche migliori. I ricercatori hanno cercato di considerare questi fattori, senza poterli escludere completamente.
Inoltre, i dati alimentari derivano da questionari e quindi possono risentire di errori nel ricordare ciò che si è mangiato. I partecipanti erano in larga parte di origine europea e non è certo che i risultati valgano allo stesso modo per altre popolazioni. Le risonanze, infine, misurano cambiamenti anatomici: una differenza nella struttura cerebrale non equivale automaticamente a una memoria migliore o a un minor rischio di demenza.
La ricerca si aggiunge comunque alle evidenze che collegano un’alimentazione ricca di vegetali e povera di cibi molto elaborati a un invecchiamento più sano. Non servono rivoluzioni: aumentare gradualmente le porzioni di verdura a foglia e frutta, riducendo fritti e dolci, può essere un passo realistico. Anche sonno, attività fisica, pressione arteriosa e relazioni sociali contribuiscono alla salute del cervello.
Lo studio, intitolato Adherence to the MIND diet and longitudinal brain structural changes over a decade, è stato pubblicato sul Journal of Neurology, Neurosurgery & Psychiatry. DOI: 10.1136/jnnp-2025-336957.