Quando si parla di infezioni polmonari, l’attenzione si concentra soprattutto sull’eliminazione del microrganismo. Ma nelle persone con malattie respiratorie croniche c’è un ulteriore elemento da considerare: una risposta infiammatoria persistente può contribuire a sintomi, stanchezza e danni ai tessuti. Un nuovo studio ha valutato se il desametasone, un cortisonico già ampiamente utilizzato, possa ridurre questa reazione senza compromettere la capacità dell’organismo di controllare il batterio.
La ricerca si è concentrata su Mycobacterium avium, responsabile di infezioni difficili da trattare e spesso caratterizzate da terapie prolungate. I cortisonici possono attenuare l’infiammazione, ma il loro impiego durante un’infezione richiede cautela: riducendo l’attività immunitaria, potrebbero teoricamente indebolire anche le difese utili a contenere la crescita batterica.
Per esaminare questo equilibrio, gli studiosi hanno lavorato in laboratorio su macrofagi umani, cellule del sistema immunitario coinvolte nel riconoscimento e nel controllo dei microrganismi. Sono stati analizzati il metabolismo cellulare, la produzione di molecole infiammatorie e la capacità dei macrofagi di limitare la proliferazione del batterio.
Che cosa ha mostrato l’esperimento
Nei macrofagi infettati, il desametasone ha ridotto la glicolisi, il processo attraverso cui le cellule utilizzano il glucosio per ottenere rapidamente energia. Questo cambiamento è rilevante perché l’attivazione immunitaria è spesso associata a modifiche del metabolismo cellulare che sostengono la risposta infiammatoria.
Il trattamento ha inoltre ridotto l’espressione di alcuni enzimi coinvolti nella glicolisi e la produzione di citochine pro-infiammatorie, sostanze che contribuiscono ad amplificare la risposta immunitaria. Nei dati osservati, però, la minore attivazione infiammatoria non si è accompagnata a un peggioramento del controllo del batterio da parte dei macrofagi.
In altre parole, nell’esperimento le cellule trattate hanno mostrato meno segnali di infiammazione mantenendo la capacità di contenere l’infezione. Il risultato suggerisce che, almeno in condizioni controllate, modulare la risposta dell’organismo e difendersi dal microrganismo potrebbero non essere obiettivi necessariamente incompatibili.
Perché servono ulteriori studi
Il risultato non equivale però a una prova dell’efficacia del desametasone nei pazienti. Si tratta di uno studio di laboratorio condotto su macrofagi derivati da monociti umani e osservati fuori dall’organismo. Nel corpo umano intervengono altri tipi di cellule, il tessuto polmonare, la dose del farmaco, la durata della terapia e possibili effetti indesiderati.
Non è quindi possibile concludere che il desametasone migliori i sintomi, prevenga il danno ai polmoni o sia sicuro come trattamento aggiuntivo per le persone con infezione da Mycobacterium avium. Per verificare eventuali applicazioni cliniche saranno necessari studi controllati su pazienti.
Per ora, il lavoro rappresenta uno spunto di ricerca sul possibile affiancamento tra antibiotici e farmaci capaci di modulare l’infiammazione. Non è invece una raccomandazione a usare cortisonici di propria iniziativa: in presenza di una malattia respiratoria o di un’infezione, ogni terapia deve essere valutata dal medico.
Lo studio è stato pubblicato su The Journal of infectious diseases con il titolo Dexamethasone Reduces Glycolysis and Inflammation in Human Macrophages Infected With Mycobacterium avium Without Compromising Bacterial Control. DOI: 10.1093/infdis/jiag394.