Due episodi in sei mesi o almeno tre nell’arco di un anno: è questa la soglia che definisce una cistite ricorrente. Prima di parlare di recidive, però, ogni episodio dovrebbe essere confermato da un’urinocoltura, esame che rileva la presenza di batteri nelle urine insieme ai sintomi. Una coltura positiva in assenza di disturbi non indica necessariamente un’infezione da trattare, mentre sintomi ripetuti senza conferma microbiologica possono dipendere da condizioni differenti.
Tra i fattori più spesso associati alle recidive, soprattutto nelle donne giovani e in premenopausa, ci sono i rapporti sessuali frequenti, un nuovo partner e l’uso di spermicidi. Uno studio condotto su quasi 800 donne sessualmente attive ha rilevato un rapporto dose-risposta: all’aumentare dei rapporti recenti e dell’impiego di diaframma con spermicida cresceva anche il rischio. Non si tratta di attribuire responsabilità all’attività sessuale, ma di valutare con il medico eventuali alternative quando gli episodi sono frequenti.
Il ruolo della menopausa
Durante la perimenopausa e, in misura maggiore, dopo la menopausa, la riduzione degli estrogeni può favorire la sindrome genitourinaria della menopausa. Secchezza, irritazione, bruciore e dolore durante i rapporti possono infatti assomigliare ai sintomi di un’infezione anche quando l’infezione non è presente. Per distinguere le cause servono anamnesi, esame pelvico e confronto con i risultati dell’urinocoltura.
Quando le recidive sono legate a questo quadro, le linee guida riconoscono un ruolo agli estrogeni vaginali a basso dosaggio. La terapia ormonale sistemica, invece, non viene prescritta specificamente per prevenire le cistiti. La scelta deve essere individuale e richiede particolare attenzione in caso di precedente tumore al seno, con il coinvolgimento degli specialisti di riferimento. Dopo la menopausa possono inoltre associarsi il prolasso della vescica, detto cistocele, e un residuo di urina dopo la minzione. Getto debole, difficoltà a iniziare o sensazione di svuotamento incompleto sono segnali da riferire al medico.
Quando i sintomi hanno un’altra origine
Bruciore e disturbi urinari persistenti, senza una conferma microbiologica coerente, possono dipendere dalla sindrome del dolore vescicale, da disturbi vaginali o da disfunzioni del pavimento pelvico. Queste condizioni possono anche coesistere con infezioni reali: un’urinocoltura negativa, quindi, non basta da sola a stabilire la causa. Anche i rimedi più diffusi online vanno ridimensionati: bere di più aiuta soprattutto chi assume pochi liquidi, urinare dopo un rapporto non offre garanzie e non ci sono prove solide che la scarsa igiene sia all’origine delle recidive.
Cistoscopia ed esami di imaging non sono normalmente necessari nelle forme tipiche prive di altri segnali, ma possono diventare indicati nei casi atipici o quando si sospettano calcoli, ostruzioni e anomalie. È invece necessario rivolgersi rapidamente a un medico in presenza di febbre oltre 38 °C, brividi, dolore al fianco, nausea o vomito, peggioramento generale o gravidanza. Questi sintomi possono indicare un coinvolgimento dei reni. Anche sangue persistente nelle urine, difficoltà a svuotare la vescica o disturbi continui tra un episodio e l’altro meritano una valutazione clinica.