Salute pubblica

Cannabis e violenza: cosa mostra una nuova meta-analisi

Sessantatré studi indicano un legame con comportamenti aggressivi, ma gli autori invitano a non confondere associazione e causalità.

Cannabis e violenza: cosa mostra una nuova meta-analisi

Una nuova revisione sistematica con meta-analisi ha esaminato il possibile legame tra consumo di cannabis e violenza. Il lavoro, pubblicato su Psychological Medicine, ha riunito i risultati di 63 studi, coinvolgendo circa 200mila persone della popolazione generale e alcune migliaia di pazienti con disturbi psichiatrici gravi.

Gli autori hanno combinato i dati delle ricerche disponibili per ottenere stime più solide rispetto a quelle di una singola indagine. La maggior parte degli studi, però, era di tipo trasversale: descriveva la situazione in un determinato momento, senza seguire i partecipanti nel tempo. Solo una minoranza aveva osservato gli stessi individui per mesi o anni.

Il legame osservato dagli studi

Nella popolazione generale, le persone che riferivano di usare cannabis dichiaravano comportamenti violenti con una frequenza circa doppia rispetto a chi non ne faceva uso. L’associazione appariva ancora più marcata tra i pazienti psichiatrici. Anche il rischio di subire violenza risultava più elevato, di circa la metà, con una differenza più evidente tra le donne.

Nei pochi lavori che utilizzavano dati sulle condanne penali, invece dei racconti dei partecipanti, il legame risultava più forte. Tuttavia, secondo i ricercatori, questi risultati devono essere interpretati con prudenza. Negli studi longitudinali, cioè in quelli che seguivano le persone nel tempo, l’associazione si riduceva molto: restava appena percepibile per chi commetteva violenza ed era quasi assente per chi la subiva.

Perché non si può parlare di causa

Le ricerche considerate erano molto diverse tra loro sia nella definizione di violenza sia nel modo di misurare il consumo. Inoltre, spesso mancavano informazioni su quantità, frequenza e potenza dei prodotti. Molti studi risalivano a periodi in cui la cannabis in circolazione era meno concentrata rispetto a quella attuale.

Gli autori hanno segnalato anche possibili distorsioni legate alla pubblicazione preferenziale dei risultati positivi. A influenzare il rapporto possono essere inoltre l’alcol, altre sostanze, le difficoltà economiche e il contesto sociale. Per questo il lavoro documenta una associazione, ma non dimostra che la cannabis renda violenti.

Il risultato non significa che chi usa cannabis sia una persona pericolosa o lo diventerà. Può però suggerire maggiore attenzione a segnali come irritabilità durante l’astinenza, impulsività o pensieri sospettosi, soprattutto quando il consumo si combina con alcol o periodi di forte stress. In presenza di un disturbo psichiatrico o di dubbi sul proprio consumo, parlarne con un medico può essere utile.

Gli autori propongono che la domanda sull’uso di cannabis diventi parte abituale delle valutazioni cliniche. Serviranno nuovi studi, capaci di seguire le persone nel tempo e di raccogliere dati più precisi sui prodotti utilizzati, per capire se una riduzione del consumo comporti davvero una diminuzione del rischio.