Ricerca metabolica

Caffè e colazione, cosa sappiamo davvero sulla glicemia

La caffeina ad alte dosi può aumentare il picco, ma l’ordine della tazza non è stato verificato con alimenti reali.

Caffè e colazione, cosa sappiamo davvero sulla glicemia

Avena o fette biscottate, caffè prima o dopo aver mangiato: sono abitudini mattutine comuni, ma il loro effetto sulla curva degli zuccheri nel sangue non è sovrapponibile. La ricerca ha analizzato separatamente cereali, preparazioni a base di avena e caffeina, senza però confrontare in modo diretto le due colazioni consumate prima del caffè.

Per questo non è dimostrato alcun effetto particolare legato all’ordine. Il fattore più rilevante per il picco dopo il pasto resta la quantità di carboidrati, insieme alla forma in cui vengono consumati. Fibre, grassi e proteine possono modificare la risposta, ma partono da quella base.

Porzioni e preparazioni fanno la differenza

Le indicazioni sulla quantità di carboidrati derivano da un documento dedicato agli adulti con diabete di tipo 1. Il principio, tuttavia, aiuta a interpretare la colazione di chiunque: il nome dell’alimento non basta a prevedere l’andamento della glicemia. Una porzione piccola e una abbondante dello stesso cereale forniscono quantità differenti di carboidrati e possono quindi produrre risposte diverse.

Anche l’avena non garantisce da sola un picco contenuto. Le preparazioni si comportano in modo differente: nelle tabelle internazionali dell’indice glicemico, il porridge di fiocchi d’avena ha un valore medio di 55, mentre quello istantaneo arriva a 79. L’indice glicemico, però, misura la risposta a una quantità standardizzata di carboidrati e non descrive automaticamente una porzione reale o una colazione completa.

I valori sono medie riferite ai prodotti studiati e possono quindi non coincidere con quelli della confezione utilizzata a casa. Lo stesso vale per le fette biscottate, che non hanno un unico indice glicemico valido per tutte le marche e preparazioni. I beta-glucani, fibre caratteristiche dell’avena, possono ridurre la risposta dopo il pasto, ma la valutazione dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare non ha rilevato un effetto costante tra dosi e preparazioni diverse.

Cosa indicano gli studi sulla caffeina

Un dato sull’ordine di assunzione del caffè arriva da uno studio randomizzato condotto su 29 giovani adulti sani. Dopo una notte di sonno frammentato, un caffè nero con circa 300 milligrammi di caffeina, bevuto mezz’ora prima di una bevanda contenente glucosio, è stato seguito da un picco glicemico più alto.

Il risultato, tuttavia, non riproduce una normale colazione: la dose di caffeina era elevata, il glucosio veniva somministrato come test e non erano presenti avena o fette biscottate. Inoltre, lo studio non ha verificato se bere il caffè dopo aver mangiato riduca effettivamente il picco.

Piccoli studi randomizzati condotti su persone con diabete di tipo 2 hanno osservato risposte acute più alte quando la caffeina precedeva un carico di glucosio. Le dosi, comprese tra circa 200 e 500 milligrammi, erano spesso somministrate sotto forma di capsule. Servono quindi ricerche più lunghe per chiarire il ruolo di dose, orario ed effetti nel tempo.

Il quadro disponibile mostra un possibile effetto acuto della caffeina ad alte dosi, ma non dimostra che invertire l’ordine tra colazione e caffè migliori la glicemia. Anche lo zucchero o altri ingredienti zuccherati aggiunti alla tazza vanno considerati, perché i relativi carboidrati si sommano a quelli del pasto.

Un picco più basso dopo una singola colazione non dimostra da solo un minor rischio di diabete o di complicanze nel lungo periodo. Chi ha il diabete, soprattutto se usa insulina ai pasti, dovrebbe valutare con il team curante eventuali cambiamenti a cereali, porzioni e abitudini mattutine. La scelta più utile non è quindi una gara tra due alimenti, ma la valutazione complessiva di quantità, preparazione e ingredienti della colazione.