Sul referto delle analisi del sangue i trigliceridi vengono riportati insieme agli altri grassi, con un numero e un intervallo di riferimento. L’età incide sull’interpretazione soprattutto durante la crescita: la distinzione principale è tra bambini, ragazzi e adulti, non tra le diverse fasce della vita adulta. Dai 20 anni in poi, infatti, la classificazione utilizzata è la stessa sia a 25 sia a 70 anni.
Nei bambini tra 0 e 9 anni un valore a digiuno è considerato accettabile sotto 75 mg/dL, borderline tra 75 e 99 e alto da 100 mg/dL. Tra i 10 e i 19 anni il limite desiderabile è sotto 90 mg/dL, la fascia borderline va da 90 a 129 e il valore è alto da 130 mg/dL. Negli adulti il livello desiderabile è sotto 150 mg/dL, quello borderline tra 150 e 199, alto tra 200 e 499 e molto alto da 500 mg/dL.
Queste soglie si riferiscono a un prelievo effettuato a digiuno. Nei più giovani lo screening può iniziare anche senza digiuno, ma un risultato elevato deve essere successivamente interpretato nel modo appropriato. Alcune vecchie tabelle riportano un limite di 115 mg/dL tra i 20 e i 24 anni: si tratta di un riferimento statistico basato sui percentili e non della soglia clinica da applicare agli adulti.
Digiuno e pasto cambiano la lettura
Per gli adulti, il risultato deve essere valutato anche in base alle condizioni del prelievo. In assenza di digiuno, meritano attenzione valori da 175 mg/dL in su; a stomaco vuoto, invece, la soglia di riferimento è 150 mg/dL. Un risultato di 160 dopo colazione e lo stesso numero ottenuto a digiuno non descrivono quindi la medesima situazione. Se il valore è elevato, soprattutto quando è molto alto o si sospetta una forma ereditaria, il medico può richiedere una ripetizione dell’esame a digiuno.
I trigliceridi fanno parte del profilo lipidico insieme al colesterolo LDL, all’HDL e al non-HDL, che si calcola sottraendo l’HDL dal colesterolo totale. La valutazione della prevenzione dipende dal rischio cardiovascolare complessivo e dalle condizioni cliniche della persona. Un livello elevato è associato a un rischio maggiore anche quando l’LDL è nella norma, ma il dato, da solo, non stabilisce una diagnosi né indica automaticamente una terapia.
I fibrati riducono i trigliceridi, ma negli studi condotti su persone già trattate con statine non hanno dimostrato una riduzione complessiva degli eventi cardiovascolari maggiori. Nei pazienti ad alto rischio, la scelta farmacologica per la prevenzione resta legata soprattutto alle statine, all’LDL e al rischio globale, non al semplice superamento di 150 mg/dL. L’icosapent etile ad alte dosi può essere preso in considerazione solo per alcuni pazienti ad alto o altissimo rischio, già in terapia con statine e con trigliceridi a digiuno tra 135 e 499 mg/dL. Lo stesso beneficio non è stato dimostrato per gli integratori di omega-3 con EPA e DHA.
Quando serve una valutazione rapida
Davanti a un valore alto, il medico valuta anche possibili cause o fattori concomitanti, tra cui diabete non controllato, ipotiroidismo, malattia renale, consumo eccessivo di alcol e alcuni farmaci. Un risultato isolato non permette di individuare l’origine del problema e nessuna terapia dovrebbe essere modificata senza consultare il professionista che l’ha prescritta.
Da 500 mg/dL in su è necessaria una valutazione medica per il rischio di pancreatite acuta, che diventa particolarmente rilevante da 1.000 mg/dL. Nella maggior parte dei casi i trigliceridi elevati non provocano sintomi. Un dolore intenso o in aumento nella parte superiore dell’addome, soprattutto se associato a nausea o vomito, richiede però una valutazione urgente, perché può indicare un’infiammazione del pancreas. La gravità del risultato dipende quindi dal valore raggiunto, dal tipo di prelievo e dal resto del profilo lipidico.