Dopo i 60 anni, l’alimentazione può contribuire a mantenere la pressione sotto controllo, ma il beneficio non dipende da un singolo ingrediente. Verdure e frutta, legumi, frutta a guscio e olio d’oliva compaiono nei modelli alimentari associati a valori pressori più bassi e, in uno studio, a una riduzione degli ictus. Si tratta però di scelte coerenti con una dieta complessivamente equilibrata, non di rimedi da assumere come una terapia.
Il beneficio riguarda il modello alimentare
Il modello più studiato è la dieta DASH, che non prevede alimenti speciali, ma un cambiamento dell’alimentazione nel suo insieme. Negli studi d’intervento, questo approccio ha ridotto la pressione arteriosa. Più incerti sono invece gli effetti su infarti e decessi: una revisione aggiornata considera ancora inconcludenti le prove relative a questi esiti. Abbassare la pressione resta un risultato concreto, ma non equivale a dimostrare che la dieta, da sola, prevenga un infarto.
Nel modello DASH, verdure e frutta sono presenti con frequenza nella giornata. Legumi, frutta a guscio e semi rientrano invece in porzioni distribuite nell’arco della settimana: non è quindi necessario consumare tutti e quattro i gruppi ogni giorno. I legumi, come fagioli e lenticchie, forniscono proteine vegetali e possono sostituire altre fonti proteiche. La frutta a guscio apporta proteine vegetali e grassi insaturi, ma per chi ha la pressione alta è preferibile scegliere prodotti senza sale aggiunto.
Anche l’olio d’oliva va considerato soprattutto in rapporto a ciò che sostituisce. Il possibile vantaggio riguarda l’impiego al posto di grassi ricchi di grassi saturi, non la semplice aggiunta di una quantità maggiore di olio a un’alimentazione invariata. In uno studio condotto su persone ad alto rischio cardiovascolare, una dieta mediterranea arricchita con olio extravergine o frutta a guscio ha portato a una riduzione degli ictus rispetto alla dieta di confronto. Il risultato riguarda però l’intero modello alimentare; la certezza delle prove è moderata per l’ictus e resta incerta per infarto e mortalità.
Il ruolo del sodio e dei controlli
Ridurre il sodio alimentare può abbassare la pressione, con un effetto distinto da quello dei singoli alimenti. Il sale aggiunto a tavola rappresenta soltanto una parte del totale: anche prodotti confezionati, legumi in scatola e frutta a guscio salata possono contribuire all’apporto. Sulle etichette è importante distinguere il sodio dal sale, che indicano quantità differenti, e preferire quando possibile versioni meno salate.
Una cautela riguarda i sostituti del sale a base di potassio. In presenza di malattia renale o di terapie che possono aumentare il potassio nel sangue, il loro impiego va valutato con un professionista. La stessa prudenza è necessaria prima di modificare in modo significativo l’apporto di potassio. Questa indicazione non implica restrizioni generalizzate per frutta, verdura e legumi: eventuali limiti dipendono dalla funzione renale, dagli esami e dai farmaci assunti.
L’alimentazione affianca la misurazione della pressione e le cure, ma non le sostituisce. Se i valori risultano ripetutamente elevati, è opportuno parlarne con un professionista e non sospendere i farmaci prescritti. Se la pressione supera 180/120 mmHg anche alla seconda misurazione, occorre contattare rapidamente un medico. In presenza di dolore al petto, difficoltà respiratorie o sintomi neurologici bisogna chiamare subito i servizi di emergenza, al 112.
Nel complesso, le scelte più utili riguardano gli scambi: proteine vegetali al posto di altre fonti proteiche, olio al posto dei grassi saturi e alimenti meno salati al posto di quelli più ricchi di sodio. È la ripetizione di queste sostituzioni nel corso della settimana ad avvicinarsi ai modelli alimentari valutati dalla ricerca.