Riconoscere un volto senza ricordare dove lo si è incontrato, oppure attribuire a una fonte diversa una notizia già ascoltata, non significa necessariamente avere un problema di memoria. Un nuovo studio suggerisce che, con l’avanzare degli anni, può diventare più difficile collegare un ricordo al contesto corretto. L’errore, quindi, non riguarda soltanto la perdita dell’informazione, ma anche il modo in cui gli elementi di un’esperienza vengono associati tra loro.
La ricerca ha coinvolto 61 adulti, suddivisi in tre fasce d’età: tra 18 e 30 anni, tra 50 e 60 anni e fino a 74 anni. Durante una risonanza magnetica funzionale, i partecipanti dovevano memorizzare coppie formate da un volto e da un oggetto oppure da un paesaggio. Dopo cinque minuti di riposo, vedevano nuovamente un volto e dovevano scegliere l’immagine corretta tra quattro già osservate.
Il ruolo dell’ippocampo
Gli studiosi hanno analizzato soprattutto l’attività dell’ippocampo, una struttura profonda del cervello coinvolta nel collegamento tra i diversi elementi di un’esperienza. Sono stati confrontati gli schemi di attività registrati durante l’apprendimento, il periodo di riposo e il successivo richiamo delle informazioni.
La capacità di ricordare correttamente le coppie diminuiva con l’età. Nei giovani, quando l’attività dell’ippocampo durante il richiamo somigliava a quella osservata durante l’apprendimento, le risposte tendevano a essere corrette. Questo legame risultava più debole nelle persone di mezza età e scompariva negli anziani.
Negli over 60, una maggiore somiglianza tra le diverse fasi era invece associata a più errori di abbinamento. I partecipanti potevano, per esempio, scegliere un oggetto al posto di un paesaggio. Secondo gli autori, con l’invecchiamento il cervello potrebbe riattivare i ricordi in modo meno selettivo, mescolando elementi familiari ma appartenenti a esperienze diverse. La riduzione del volume dell’ippocampo legata all’età, da sola, non spiegava il fenomeno.
I limiti della ricerca
Il lavoro distingue così tra dimenticare un’informazione e attribuirla al posto sbagliato. Riconoscere qualcosa senza ricordarne l’origine è un’esperienza comune e, isolatamente, non indica una malattia. Tuttavia, lo studio non dimostra un rapporto di causa-effetto: il campione è ridotto, ogni partecipante è stato osservato una sola volta e mancavano persone tra 30 e 50 anni.
L’analisi ha inoltre riguardato una sola area cerebrale e la misura utilizzata potrebbe riflettere anche processi diversi dalla riattivazione dei ricordi. Il test, infine, era svolto in laboratorio e non riproduce tutte le situazioni della vita quotidiana. I risultati indicano quindi un’associazione, non il momento preciso in cui questi cambiamenti cominciano né il loro andamento nel singolo individuo.
Confondere chi ha detto qualcosa o dove si è appresa un’informazione può essere compatibile con il normale invecchiamento e, secondo questi dati, diventare più frequente già intorno ai cinquant’anni. La ricerca non propone esami o strategie di prevenzione specifiche. Se dimenticanze e confusioni diventano frequenti, preoccupano o interferiscono con la quotidianità, è comunque opportuno parlarne con il medico. Lo studio è stato pubblicato su Cerebral Cortex con il DOI 10.1093/cercor/bhag114.