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Sostanze sospette e tumore al seno: cosa dice lo studio

Novecentoventi molecole individuate in pesticidi, acqua e altri prodotti: i risultati non provano un legame con la malattia

Sostanze sospette e tumore al seno: cosa dice lo studio

Un nuovo lavoro scientifico ha analizzato la possibile presenza, nell’ambiente e nei prodotti di uso quotidiano, di sostanze considerate potenzialmente rilevanti per la ricerca sul tumore al seno. L’obiettivo non era stabilire se queste molecole provochino la malattia nelle persone, ma capire dove vengono utilizzate, in quali quantità sono prodotte e quale potrebbe essere l’esposizione media della popolazione.

Gli studiosi sono partiti da un elenco di 920 sostanze chimiche sospette per il seno. La selezione comprende molecole che hanno causato tumori mammari nei roditori oppure che, in esperimenti su cellule, hanno attivato segnali legati agli estrogeni o al progesterone, ormoni coinvolti nella crescita del tessuto mammario. Per ricostruire le possibili fonti di esposizione, il gruppo ha consultato banche dati pubbliche degli Stati Uniti.

Dove si trovano le molecole analizzate

Il quadro delineato indica una presenza molto ampia. Centinaia delle sostanze esaminate risultano probabilmente impiegate nei prodotti di consumo e negli alimenti. Circa 160 molecole compaiono nei dati relativi all’acqua potabile, oltre un centinaio nei materiali da costruzione e altre ancora nei farmaci.

Il dato più rilevante riguarda però i pesticidi: 485 sostanze dell’elenco sono presenti nelle loro formulazioni. Non tutte sono principi attivi, cioè gli ingredienti destinati a eliminare insetti o piante infestanti. Una parte è costituita da componenti aggiuntivi, tra cui solventi o sostanze che favoriscono l’adesione del prodotto. Secondo gli autori, questi elementi possono ricevere valutazioni meno approfondite rispetto al principio attivo. Per 84 molecole, le stime più alte dell’assunzione quotidiana superano inoltre una soglia ritenuta meritevole di attenzione.

Che cosa dimostrano, e che cosa no, i risultati

Lo studio è una mappatura dell’esposizione e non una ricerca epidemiologica condotta seguendo nel tempo persone esposte per verificare chi sviluppi la malattia. Le prove iniziali provengono da animali e da cellule in laboratorio: non è possibile tradurle automaticamente in un effetto sull’organismo umano.

Anche le quantità di assunzione sono stime ottenute attraverso modelli e non misurazioni individuali. Inoltre, i dati riguardano la popolazione statunitense e non permettono di calcolare quanto cambierebbe il rischio di una singola persona. In caso di diagnosi, quindi, i risultati non consentono di attribuire la malattia a un prodotto o a un episodio specifico.

Il lavoro viene presentato soprattutto come uno strumento per stabilire quali sostanze approfondire e regolamentare con maggiore urgenza. Il messaggio rivolto alle istituzioni è che la valutazione di un prodotto non dovrebbe concentrarsi soltanto sul principio attivo, ma considerare l’intera miscela.

Nella vita quotidiana resta indicata una prudenza ragionevole: utilizzare i pesticidi domestici solo quando necessario, seguire le istruzioni in etichetta, arieggiare gli ambienti e lavare con cura frutta e verdura. Sono comportamenti utili in generale, anche se questo studio non ne misura l’effetto sul rischio oncologico. Restano inoltre centrali i fattori sostenuti da prove più solide, come limitare l’alcol, svolgere attività fisica, mantenere un peso stabile e aderire ai programmi di screening.

La ricerca è stata pubblicata su Environmental Health Perspectives con il titolo Guiding Risk Reduction for Breast Cancer-Relevant Chemicals (BC-Chems): Chemical Production Volumes, Sources, Intake Levels, Emissions, and Regulations. Il DOI del lavoro è 10.1021/ehp.6c00022.