Ricerca francese

Conservanti, più casi di ipertensione tra i consumatori assidui

L’analisi su oltre 112mila adulti rileva un legame anche con le patologie cardiovascolari, senza provare un rapporto causale.

Conservanti, più casi di ipertensione tra i consumatori assidui

Un maggiore consumo di alcuni conservanti alimentari è stato associato a una più alta frequenza di nuove diagnosi di ipertensione in una ricerca condotta in Francia. L’associazione è emersa anche per le malattie cardiovascolari, ma in misura più contenuta. Poiché si tratta di uno studio osservazionale, i risultati non dimostrano che siano stati gli additivi a provocare le patologie.

Lo studio su oltre 112mila adulti

I ricercatori hanno seguito 112.395 adulti per un periodo mediano di 7,9 anni. All’inizio, l’età media dei partecipanti era di circa 43 anni e quasi otto su dieci erano donne. Durante il monitoraggio sono stati registrati 5.544 nuovi casi di ipertensione e 2.450 episodi di malattie cardiovascolari.

Per stimare l’esposizione agli additivi, i partecipanti hanno compilato più volte registri alimentari relativi alle 24 ore precedenti. Sono state considerate anche le marche dei prodotti, mentre banche dati e analisi di laboratorio hanno aiutato a stimare la presenza dei conservanti negli alimenti. I ricercatori hanno poi confrontato l’esposizione nel tempo con la comparsa delle malattie, correggendo le analisi per diversi fattori.

La ricerca ha individuato 58 conservanti consumati da almeno un partecipante. Gli additivi sono stati distinti anche tra antiossidanti e non antiossidanti: in questo contesto, la parola antiossidanti indica una categoria di conservanti e non un effetto benefico sulla salute.

Le associazioni osservate

Nel confronto tra il gruppo con il consumo più elevato e quello con il consumo più basso di conservanti non antiossidanti, l’incidenza dell’ipertensione era maggiore: il rapporto stimato era di 1,29. Per le malattie cardiovascolari il rapporto era pari a 1,16. Per i conservanti antiossidanti, considerati nel loro insieme, il rapporto con l’ipertensione era di 1,22; tra i risultati principali non è invece riportata un’analoga associazione con le malattie cardiovascolari.

Si tratta di differenze relative tra gruppi, non della probabilità individuale di ammalarsi. Un rapporto pari a 1,29 indica un’incidenza stimata più alta del 29% tra le persone con il consumo maggiore rispetto a quelle con il consumo minore. Non significa che il 29% dei partecipanti abbia sviluppato ipertensione.

I ricercatori hanno analizzato anche 17 singoli additivi consumati da almeno il 10% dei partecipanti. Dopo la correzione statistica per i numerosi confronti, otto risultavano associati a una maggiore incidenza di ipertensione e uno a una maggiore incidenza di malattie cardiovascolari. Il risultato, quindi, non riguarda tutti i conservanti nello stesso modo.

Perché non si può parlare di causa

Il limite principale è la natura osservazionale dello studio. I registri alimentari e le stime di esposizione consentono di seguire nel tempo le abitudini e la comparsa delle patologie, ma non permettono di isolare con certezza l’effetto dei conservanti da quello di altre caratteristiche delle persone o degli alimenti che ne contengono di più.

Gli autori ritengono necessarie ulteriori ricerche sperimentali per verificare l’eventuale esistenza di un meccanismo alla base delle associazioni. Anche una possibile revisione delle regole sugli additivi viene indicata soltanto nell’eventualità che i risultati siano confermati. Il dato più circoscritto è dunque questo: nella popolazione analizzata, un consumo maggiore di alcuni gruppi di conservanti era associato soprattutto a più nuove diagnosi di ipertensione, ma non dimostra che ridurre un determinato additivo prevenga la malattia.