Uno studio dell’Azienda ospedaliero universitaria Città della Salute e della Scienza di Torino, pubblicato su La radiologia medica, ha analizzato l’impiego della radioembolizzazione con microsfere di Ittrio-90 nei pazienti con epatocarcinoma. La ricerca, condotta dalla Medicina nucleare insieme al Gruppo Interdisciplinare Cure per le malattie del fegato, ha preso in esame i dati clinici e dosimetrici di 82 pazienti sottoposti al trattamento.
I risultati indicano che il punteggio Albi, calcolato sulla base dei livelli di albumina e bilirubina, può predire in modo significativo la sopravvivenza globale. Il parametro potrebbe quindi contribuire alla selezione dei candidati alla terapia, non soltanto alla valutazione del rischio di tossicità. Lo studio ha inoltre rilevato il ruolo della dosimetria personalizzata nel somministrare dosi elevate al tumore, limitando l’esposizione del tessuto epatico sano.
Un tumore spesso associato a un fegato già compromesso
L’epatocarcinoma è il tumore primitivo più frequente del fegato e nella maggior parte dei casi si sviluppa su un organo già danneggiato da una malattia cronica, spesso evoluta in cirrosi. Tra i principali fattori associati ci sono le epatiti virali croniche, il consumo di alcol e la steatosi epatica legata a sovrappeso, diabete e sindrome metabolica.
La presenza contemporanea di tumore e malattia epatica rende la cura particolarmente delicata. Il trattamento deve contrastare la neoplasia senza ridurre ulteriormente la riserva funzionale del fegato, che può incidere sulla prognosi quanto l’estensione del tumore. La radioembolizzazione sfrutta la diversa irrorazione sanguigna dell’organo: il tessuto sano riceve sangue soprattutto dalla vena porta, mentre le lesioni tumorali sono alimentate prevalentemente dall’arteria epatica.
Attraverso i rami arteriosi che nutrono la lesione vengono iniettate microsfere radioattive, che si fermano nei piccoli vasi del tumore e lo irradiano dall’interno. L’Ittrio-90 emette radiazioni a breve distanza, concentrando l’effetto sulla massa tumorale e riducendo l’esposizione dei tessuti circostanti. Prima della procedura si eseguono generalmente angiografia e indagini di medicina nucleare per prevedere la distribuzione delle particelle e verificare che non raggiungano organi indesiderati, come i polmoni.
Il valore della dosimetria e del punteggio Albi
La dosimetria misura la quantità di radiazione assorbita dal tumore e dal fegato non tumorale. Un approccio personalizzato considera il volume della lesione, la sua vascolarizzazione e la quantità di parenchima sano. L’obiettivo è raggiungere una dose sufficiente a controllare la malattia mantenendo l’irradiazione del fegato entro limiti tollerabili. Il rischio principale è un danno epatico indotto dalle radiazioni, più probabile quando la funzione dell’organo è già ridotta.
Il punteggio Albi combina due esami di laboratorio: l’albumina, una proteina prodotta dal fegato, e la bilirubina, che fornisce indicazioni sulla capacità dell’organo di eliminare le sostanze di scarto. A differenza di scale che includono anche valutazioni cliniche in parte soggettive, il parametro utilizza dati oggettivi e aiuta a distinguere diversi livelli di funzionalità epatica.
Secondo gli autori, il risultato può essere utile per orientare la scelta dei pazienti da sottoporre alla radioembolizzazione anche in relazione alla sopravvivenza attesa. Il dato, tuttavia, dovrà essere verificato su popolazioni più ampie e diverse. Il ruolo della procedura rispetto alle altre terapie locoregionali e ai trattamenti sistemici resta infatti oggetto di discussione. La decisione terapeutica continua a richiedere una valutazione multidisciplinare e deve essere definita caso per caso.