Disturbi notturni

Svegliarsi alle 3 non significa avere il cortisolo alto

La risalita dell’ormone prima del mattino è fisiologica: contano frequenza, sintomi diurni e segnali respiratori.

Svegliarsi alle 3 non significa avere il cortisolo alto

Svegliarsi nel cuore della notte e vedere sul telefono le 3 può far pensare a un picco di cortisolo, l’ormone associato allo stress. L’ipotesi parte da un dato reale: nelle persone che dormono di notte, il cortisolo comincia normalmente a risalire intorno alle 3 o alle 4, raggiungendo i valori più alti vicino al risveglio.

Questa variazione è però una fase fisiologica del ritmo quotidiano e si verifica anche in chi continua a dormire fino al mattino. L’orario cambia inoltre in base alle abitudini: chi lavora di notte o riposa in momenti diversi segue un ciclo differente. Perciò, le 3 di notte indicano soltanto l’orario del risveglio e non dimostrano che sia stato il cortisolo a provocarlo.

Perché l’orario non basta per individuare la causa

Sonno e cortisolo si influenzano a vicenda. Anche il risveglio può accompagnarsi a un breve rilascio dell’ormone: un eventuale aumento misurato subito dopo aver aperto gli occhi potrebbe quindi essere una conseguenza del risveglio, non la sua causa. Un singolo episodio non permette di stabilire che il livello fosse alto né che abbia interrotto il sonno.

Alcuni studi hanno rilevato alterazioni del cortisolo in gruppi di persone con insonnia, ma i risultati cambiano in base alla durata effettiva del sonno, all’orario del prelievo e al tipo di campione analizzato. Si tratta di dati spesso discordanti e non sufficienti per individuare, nel singolo individuo, la causa di un risveglio. Lo stress può contribuire alle difficoltà del sonno, ma l’ora in cui ci si sveglia non consente di verificarlo.

Svegliarsi e non riuscire a riaddormentarsi, oppure aprire gli occhi molto prima del previsto, può rientrare nell’insonnia. Si parla di insonnia cronica quando i sintomi e le conseguenze durante il giorno compaiono almeno tre volte alla settimana per tre mesi, nonostante ci siano tempo e condizioni adeguate per dormire. Un risveglio isolato, anche se ricorrente alla stessa ora, non è sufficiente per una diagnosi.

Che cosa annotare e quando rivolgersi al medico

Se il problema si ripete, la valutazione parte dalla storia del sonno e da un diario di una o due settimane. È utile registrare gli orari abituali in cui si va a letto e ci si alza, il momento dei risvegli e la possibilità di riaddormentarsi, il funzionamento durante il giorno, i farmaci e le sostanze utilizzate. Vanno annotati anche eventuali russamenti o pause nella respirazione osservati da chi dorme vicino.

Russamento marcato e momenti in cui il respiro sembra interrompersi possono orientare il medico verso un disturbo della respirazione durante il sonno, anziché verso una presunta causa ormonale. Sono segnali da approfondire, ma da soli non equivalgono a una diagnosi di apnea.

Un eccesso patologico di cortisolo può comparire nella sindrome di Cushing, ma gli esami sono indicati solo in presenza di un quadro clinico compatibile. Tra i segnali che possono far nascere il sospetto ci sono lividi facili, debolezza dei muscoli di cosce e spalle e smagliature violacee e larghe. L’insonnia isolata è invece comune e poco specifica; un prelievo eseguito in un momento qualsiasi della giornata non è un test affidabile per cercare questa malattia.

In caso di insonnia cronica, la terapia cognitivo-comportamentale per l’insonnia, o CBT-I, è il trattamento di prima scelta negli adulti. I soli consigli di igiene del sonno non sono raccomandati come unico intervento. Più dell’orario preciso, per capire che cosa interrompe il riposo contano la frequenza degli episodi, la capacità di riaddormentarsi, i segnali respiratori e le condizioni durante il giorno.