Dati clinici

Risonanza prima della biopsia: una pratica sempre più diffusa

L’analisi statunitense segnala crescita dell’imaging preliminare, mentre restano differenze nell’accesso e nell’impiego.

Risonanza prima della biopsia: una pratica sempre più diffusa

Nel percorso di valutazione del tumore della prostata, la biopsia non è sempre il primo passaggio. Negli ultimi anni si è infatti diffuso l’uso della risonanza magnetica prima del prelievo, soprattutto nei casi in cui un PSA elevato o altri elementi clinici rendano necessario un approfondimento. L’esame può fornire informazioni aggiuntive prima di decidere se procedere con una biopsia e contribuire a renderla più mirata.

Uno studio di coorte ha analizzato quanto spesso, negli Stati Uniti, la risonanza venga eseguita prima della prima biopsia prostatica. Si tratta di un’analisi osservazionale, utile a descrivere l’evoluzione delle abitudini diagnostiche nella pratica reale. L’obiettivo non era stabilire in assoluto se la risonanza sia superiore alla biopsia tradizionale, ma verificare se il suo impiego stia aumentando con la pubblicazione di nuove evidenze e l’aggiornamento delle raccomandazioni professionali.

Una diffusione in crescita

Secondo i dati disponibili, l’impiego della risonanza prima della biopsia è aumentato sensibilmente nel periodo osservato: da una quota relativamente contenuta nel 2017 si è arrivati a una maggioranza dei casi entro la prima metà del 2026. Il ricorso a questo esame, quindi, è diventato più frequente rispetto agli anni precedenti.

La tendenza, tuttavia, non è uniforme. Circa un paziente su tre continua a essere sottoposto a biopsia senza un esame di imaging preliminare. L’analisi segnala inoltre che le persone più anziane e quelle con valori di PSA particolarmente elevati sembrano ricevere meno spesso una risonanza prima della procedura invasiva. Il dato suggerisce differenze nell’accesso o nelle modalità con cui viene organizzato il percorso diagnostico.

Dal punto di vista clinico, la risonanza può aiutare a individuare aree sospette nella prostata. In questo modo il prelievo può essere indirizzato verso zone specifiche, invece di basarsi soltanto su un campionamento standard. L’imaging può anche offrire elementi utili per valutare se sia necessario procedere subito con la biopsia, ma non sostituisce automaticamente il prelievo e non consente, da solo, di formulare una diagnosi definitiva.

I limiti dei risultati

Lo studio descrive una tendenza e non mette alla prova un trattamento. Per questo non dimostra che la risonanza eseguita prima della biopsia migliori sempre gli esiti, riduca gli errori o rappresenti la scelta migliore per ogni paziente. La decisione deve essere valutata dal medico sulla base del quadro clinico individuale.

Inoltre, dall’abstract disponibile non emergono informazioni sufficienti su dimensione del campione, modalità di raccolta dei dati e differenze tra i vari contesti assistenziali. È quindi necessario interpretare i risultati con prudenza: l’esame si sta diffondendo, ma non è ancora utilizzato ovunque con la stessa frequenza o con la medesima qualità tecnica.

Il messaggio principale è che la diagnostica della prostata può diventare più mirata grazie all’impiego di strumenti capaci di fornire informazioni prima di una procedura invasiva. Chi sta affrontando questo percorso può chiedere al proprio medico se la risonanza prima della biopsia sia appropriata nel caso specifico, senza considerarla però un passaggio obbligatorio o valido per tutti.

Lo studio citato è Trends in Prebiopsy MRI Utilization for Prostate Cancer Detection, pubblicato su JAMA Oncology. Il DOI del paper è 10.1001/jamaoncol.2026.3620.