La vitamina D non ha una dose universale: la quantità corretta dipende dall’età, dalle condizioni di salute e dall’eventuale presenza di una carenza accertata. Anche l’assunzione durante i pasti non è una regola assoluta. Un pasto con una quota normale di grassi può favorire l’assorbimento intestinale, perché si tratta di una sostanza liposolubile, ma non è necessario costruire un pasto particolarmente ricco per assumere l’integratore.
L’assorbimento può avvenire anche a digiuno. Alcuni studi hanno osservato un picco nel sangue più elevato dopo una dose molto alta assunta con grassi, mentre altre ricerche, condotte su periodi più lunghi, non hanno rilevato differenze legate al tipo di pasto. Il cibo rappresenta quindi un possibile accorgimento, non una condizione indispensabile.
Fabbisogno e limiti da non confondere
I LARN italiani indicano per la popolazione sana un apporto quotidiano di riferimento che comprende sia la quota introdotta con gli alimenti sia quella prodotta dalla pelle con l’esposizione al sole. Il valore è di 400 UI tra 7 e 12 mesi, di 600 UI da 1 a 74 anni, di 800 UI dopo i 75 anni e di 600 UI durante gravidanza e allattamento. Un microgrammo di colecalciferolo equivale a 40 unità internazionali.
Questi valori non costituiscono una terapia per chi presenta una carenza. Diverso è il limite massimo tollerabile, che per gli adulti è di 4.000 UI al giorno considerando alimenti e integratori. Per i bambini è più basso: 2.600 UI tra 1 e 3 anni e 3.000 UI tra 4 e 10 anni. Dosi superiori possono essere impiegate solo per periodi limitati e sotto controllo medico, non come automedicazione prolungata.
Il risultato del test della 25(OH)D non permette da solo di stabilire quante compresse o gocce assumere. Non esiste una soglia unica valida per tutti e le società scientifiche non concordano su un obiettivo universale. In Italia, la Nota 96 dell’AIFA applica criteri diversi in base al quadro clinico, tra cui malassorbimento, terapie interferenti, osteoporosi e iperparatiroidismo.
Quando serve il parere del medico
Per gli adulti sani tra 19 e 74 anni, in assenza di condizioni specifiche, le linee guida non raccomandano un’integrazione di routine oltre all’apporto di riferimento. Quando la supplementazione è indicata, soprattutto dai 50 anni in su, è generalmente preferibile una dose quotidiana più bassa rispetto a grandi quantità assunte mensilmente o poche volte l’anno. Boli superiori a 100.000 UI sono stati associati in alcuni casi a un aumento di cadute e fratture.
In persone senza carenza accertata, dosi elevate non hanno dimostrato di prevenire fratture, malattie cardiovascolari o tumori. Un grande studio randomizzato con 2.000 UI al giorno non ha evidenziato una riduzione delle fratture nella popolazione generale analizzata.
L’eccesso, dovuto quasi sempre agli integratori, può provocare ipercalcemia e ipercalciuria. Tra i segnali ci sono nausea, sete intensa e aumento della diuresi, fino ai calcoli renali nei casi più seri. Prima di iniziare è opportuno chiedere consiglio a medico o farmacista in presenza di malattie renali, iperparatiroidismo, malassorbimento, osteoporosi in trattamento, gravidanza o uso di diuretici tiazidici. Il numero sulla confezione indica quanto contiene il prodotto, non quanto serve necessariamente a ogni persona.