Accesso alle cure

Lea, promosse quasi tutte le Regioni: 5,8 milioni rinunciano

Nel 2024 l’Istat rileva ostacoli per chi necessita di prestazioni prescritte

Lea, promosse quasi tutte le Regioni: 5,8 milioni rinunciano

Nel 2024 quasi tutte le Regioni e le Province autonome hanno superato la valutazione ministeriale sui Livelli essenziali di assistenza. Nello stesso periodo, però, quasi 5,8 milioni di persone hanno rinunciato ad almeno una visita o a un accertamento diagnostico prescritto dal medico, secondo i dati Istat. È il quadro messo in evidenza da un’analisi della Fondazione Gimbe sul Nuovo Sistema di Garanzia, il meccanismo attivo dal 2020 per verificare l’erogazione dei Lea.

Per la fondazione, la soglia fissata per ottenere la sufficienza è troppo bassa e rischia di nascondere difficoltà significative nell’accesso ai servizi. Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, ha definito le due rilevazioni solo apparentemente contraddittorie: la promozione formale delle amministrazioni non dimostra necessariamente un miglioramento della sanità, soprattutto se aumentano la spesa privata e le rinunce alle prestazioni.

Nell’ultima rilevazione, articolata nei tre ambiti di prevenzione, assistenza distrettuale e assistenza ospedaliera, la quasi totalità delle Regioni ha raggiunto il punteggio richiesto. Non hanno superato la soglia soltanto la Calabria nell’area distrettuale e la Provincia autonoma di Bolzano insieme alla Sicilia nell’area della prevenzione. L’anno precedente, le amministrazioni che non avevano raggiunto i livelli previsti erano otto.

Il limite della valutazione formale

I Lea stabiliscono le prestazioni che il Servizio sanitario deve garantire in modo uniforme sul territorio. Tuttavia, verificare che determinati servizi siano formalmente erogati non consente di capire se ogni cittadino riesca davvero a riceverli in tempi compatibili con il proprio bisogno clinico.

Un sistema basato su soglie minime può descrivere attività, copertura e organizzazione, ma misurare solo in parte l’accessibilità effettiva. Liste d’attesa, distribuzione delle strutture, carenza di personale, costi indiretti e difficoltà organizzative possono impedire o ritardare una prestazione anche quando il livello assistenziale risulta raggiunto sulla carta.

La rinuncia a visite o accertamenti prescritti rappresenta quindi un indicatore diverso dalla conformità amministrativa. Alla base possono esserci tempi di attesa troppo lunghi, la necessità di ricorrere al privato, la distanza dai servizi oppure l’impossibilità di conciliare le cure con il lavoro e le responsabilità familiari.

Le ricadute su salute ed equità

Le conseguenze di una prestazione rimandata o non eseguita dipendono dalla condizione del paziente. In alcuni casi il ritardo può non modificare il decorso, mentre in altri può posticipare una diagnosi, ridurre le opportunità di prevenzione o complicare la gestione di una malattia già presente.

Il fenomeno riguarda anche l’equità sanitaria. Le persone con minori risorse economiche, scarsa mobilità o fragilità sociali hanno meno possibilità di ricorrere a soluzioni alternative e rischiano di accumulare ulteriori svantaggi di salute.

Per valutare in modo completo la qualità dell’assistenza, secondo l’analisi, agli indicatori sull’erogazione occorrerebbe affiancare misure relative ad attese, rinunce, continuità delle cure, differenze territoriali ed esiti clinici. Una valutazione può attestare il rispetto di requisiti prestabiliti, mentre un’altra può rilevare gli ostacoli incontrati dalla popolazione: il punto centrale è capire quanto la pagella formale rifletta la concreta possibilità di ottenere le cure necessarie.