Un’insalata può sembrare il pasto più leggero della giornata e lasciare invece una sensazione di addome teso. Il gonfiore, però, non dimostra da solo che nell’intestino sia in corso una fermentazione intensa o che la produzione di gas sia aumentata. Può dipendere anche dalla sensibilità intestinale, da un transito più lento o dalla reazione dei muscoli addominali alla distensione.
Tra gli alimenti presenti in un’insalata, alcuni hanno comunque un meccanismo più plausibile di altri. Cipolla, aglio, legumi e altri vegetali contengono FODMAP, carboidrati che vengono assorbiti poco dall’intestino tenue. Una volta arrivati nel colon, richiamano acqua e vengono fermentati dal microbiota, con possibile aumento del gas e del contenuto intestinale. La risposta varia in base alla quantità, al tipo di carboidrato e alla sensibilità individuale. Le persone con sindrome dell’intestino irritabile tendono a manifestare più facilmente questi sintomi.
Cipolla, aglio e legumi sotto esame
Cipolla e aglio, anche se usati soltanto per insaporire il condimento, sono fonti concentrate di fruttani, una categoria di FODMAP. In uno studio randomizzato condotto su persone con intestino irritabile, già migliorate dopo una dieta restrittiva, la reintroduzione dei fruttani è stata associata a un peggioramento del dolore addominale. L’effetto specifico sul gonfiore, invece, è risultato meno netto.
Ceci, fagioli, lenticchie e gli altri legumi contengono soprattutto galatto-oligosaccaridi, o GOS. Nello stesso studio è stato osservato un aumento del gonfiore, ma soltanto in un’analisi riferita alla prima fase di reintroduzione e su un gruppo ristretto e selezionato di partecipanti. Si tratta quindi di un segnale utile, non di una regola valida per tutti. Per i legumi in scatola esiste anche una variabile pratica: parte dei GOS passa nel liquido di conservazione. Scolare e risciacquare il prodotto può quindi ridurne la quantità, senza però eliminare la possibilità di sintomi.
Funghi e dieta: niente eliminazioni automatiche
Funghi e sedano possono apportare mannitolo, un poliolo fermentabile. Tuttavia, nello studio citato, i polioli non hanno provocato un peggioramento significativo del dolore o del gonfiore considerando l’intero gruppo. La sensibilità personale resta importante: in singoli casi questi alimenti possono rappresentare un fattore scatenante, ma le prove disponibili non sostengono l’idea che siano una causa frequente di forte gonfiore.
Non è stata inoltre definita una soglia clinica precisa oltre la quale la combinazione di più alimenti FODMAP nella stessa insalata provocherebbe necessariamente disturbi. Nelle persone con intestino irritabile, una dieta a basso contenuto di FODMAP può migliorare il gonfiore rispetto all’alimentazione abituale, ma la certezza delle prove varia da moderata a bassa. Per la popolazione generale non ci sono invece basi solide per eliminare sistematicamente questi alimenti.
Per individuare il possibile responsabile è più utile cambiare un ingrediente alla volta invece di rinunciare all’insalata nel suo complesso. La fase più restrittiva della dieta FODMAP, quando indicata, dovrebbe durare poche settimane ed essere seguita dalla reintroduzione graduale degli alimenti, preferibilmente con l’aiuto di un dietista esperto di disturbi digestivi. Un episodio occasionale non è di per sé preoccupante; serve invece una valutazione medica in presenza di sintomi persistenti o in peggioramento, vomito, sangue nelle feci, perdita di peso involontaria, diarrea cronica o dolore progressivo.