Dormire con la televisione accesa, lasciare una lampada sul comodino o tenere aperte le tapparelle potrebbe non essere del tutto irrilevante. Un nuovo studio pubblicato sull’European Heart Journal ha analizzato il possibile legame tra esposizione alla luce durante la notte e struttura e funzionamento del cuore. I risultati suggeriscono un’associazione, ma non dimostrano che la luce notturna provochi direttamente infarti o altre malattie cardiovascolari.
I ricercatori hanno esaminato inizialmente i dati di oltre 11.000 adulti senza patologie cardiovascolari note, inseriti nella UK Biobank. Per sette giorni i partecipanti hanno indossato al polso un dispositivo capace di registrare movimento, riposo e quantità di luce ambientale. L’attenzione si è concentrata sull’esposizione notturna superiore a 3 lux, un livello che può interferire con la secrezione di melatonina. Circa tre anni dopo, le persone coinvolte sono state sottoposte a risonanza magnetica cardiaca.
Le differenze osservate nel cuore
Rispetto ai partecipanti esposti a livelli inferiori di luce, quelli nella categoria più esposta presentavano in media una massa del ventricolo sinistro maggiore del 2,4%, pareti più spesse dell’1,5% e una frazione di contrazione miocardica inferiore dell’1,9%. Sono emersi segnali meno favorevoli anche per alcuni indici della deformazione e della capacità contrattile del muscolo cardiaco, oltre che per il ventricolo destro e l’atrio sinistro.
Le differenze individuali erano contenute e non indicano che chi dorme con una luce accesa abbia necessariamente un cuore malato. A livello di popolazione, tuttavia, modificazioni come l’aumento della massa ventricolare o un peggioramento subclinico della funzione cardiaca possono rappresentare possibili passaggi intermedi nello sviluppo di disturbi cardiovascolari.
L’analisi è stata poi estesa a oltre 70.000 partecipanti, seguiti per circa 8-10 anni. Dopo aver considerato numerosi fattori, tra cui età, sesso, attività fisica, fumo, alcol, obesità, ipertensione, diabete, colesterolo e inquinamento atmosferico, l’esposizione più elevata alla luce notturna risultava associata a un rischio maggiore del 29% per lo scompenso cardiaco, del 15% per la fibrillazione atriale, del 24% per l’infarto, del 33% per l’ictus e del 26% per la mortalità cardiovascolare.
Un’associazione, non una prova di causa
Le percentuali indicano aumenti relativi del rischio e devono essere interpretate con cautela. Si tratta infatti di uno studio osservazionale: i ricercatori non hanno assegnato casualmente i partecipanti a dormire al buio o con una fonte luminosa. Inoltre, la luce è stata misurata soltanto per sette giorni e il dispositivo non distingueva con precisione le diverse lunghezze d’onda. Non è quindi possibile escludere che altri aspetti dello stile di vita o dell’ambiente abbiano contribuito ai risultati.
La luce è uno dei principali segnali utilizzati dall’organismo per regolare l’orologio circadiano, che coordina sonno, pressione arteriosa, frequenza cardiaca e metabolismo. Durante la notte può ridurre la secrezione di melatonina e interferire con il riposo. Secondo le analisi degli autori, la minore durata del sonno potrebbe spiegare tra il 24% e il 49% dell’associazione osservata con molte modificazioni cardiache. Potrebbero inoltre entrare in gioco il sistema nervoso autonomo, l’infiammazione, il metabolismo e la funzione dei vasi sanguigni.
Lo studio non dimostra che sia necessario dormire nell’oscurità assoluta né che raggiungere lo zero lux prevenga infarti e ictus. Ridurre comunque le fonti di luce non necessarie, spegnendo televisori e lampade e limitando l’illuminazione proveniente dall’esterno, è una misura semplice per favorire un ambiente di riposo più buio. La fonte è l’articolo di Dai J, Dai W, Heianza Y e Qi L, pubblicato online sull’European Heart Journal il 9 settembre 2026.