Disinformazione sanitaria

Come riconoscere le bufale sulla salute online

Alice Rotelli indica criteri, fonti e metodo per valutare i messaggi medici in rete.

Come riconoscere le bufale sulla salute online

Distinguere un’informazione attendibile da una bufala sanitaria non è sempre semplice. In rete circolano contenuti pseudo-scientifici capaci di influenzare le scelte quotidiane e, nel tempo, anche la salute. A fare il punto sui principali meccanismi della disinformazione è Alice Rotelli, chirurga vascolare e divulgatrice scientifica, autrice del libro Vaccinati contro le bufale, pubblicato da DeAgostini.

Secondo Rotelli, le convinzioni più difficili da smentire riguardano soprattutto l’alimentazione. Tra gli esempi cita la demonizzazione dello zucchero, l’esclusione del glutine anche in assenza di celiachia, l’allarmismo sui picchi glicemici e la prescrizione indiscriminata di integratori. A rendere il quadro più complesso è il fatto che messaggi privi di basi solide possono arrivare anche da professionisti della salute.

Il titolo professionale non basta

Quando sui social compare un camice bianco, il primo controllo non dovrebbe riguardare il numero di follower o il prestigio attribuito alla persona, ma la sua competenza sul tema trattato e le fonti citate. Anche scienziati, ricercatori e professori possono sbagliare o diffondere informazioni scorrette. Per questo, spiega l’autrice, è necessario verificare se le affermazioni siano sostenute da prove scientifiche solide e pubblicate su riviste autorevoli.

La disinformazione si alimenta spesso attraverso il clickbaiting, cioè titoli sensazionalistici pensati per attirare clic, e il cherry picking, la selezione dei soli dati favorevoli a una determinata tesi. A questi strumenti si aggiunge il ricorso alla componente emotiva. L’influencer sanitario può avere un interesse economico o di visibilità e trasformare la fiducia del pubblico in corsi, visite, prodotti o trattamenti a pagamento. In ambito scientifico, però, il principio di autorità non è sufficiente: contano le evidenze, non il ruolo di chi parla.

Un altro elemento decisivo è il bias di conferma: il cervello tende a cercare e ricordare le informazioni che rafforzano ciò che già pensiamo, trascurando quelle contrarie. I social possono amplificare questo meccanismo creando una bolla di contenuti simili e rendendo più difficile il confronto con opinioni diverse. Per sviluppare un pensiero critico occorre quindi verificare i fatti e restare disponibili a cambiare idea quando le prove lo richiedono.

Perché nessuno è immune

Le scorciatoie mentali non dipendono dal livello di istruzione. Il bias del sopravvissuto, per esempio, porta a concentrarsi soltanto sui casi di successo, dimenticando quelli invisibili in cui la prevenzione ha funzionato proprio perché la malattia non si è manifestata. Il cherry picking, invece, rafforza una tesi attraverso dati selezionati e ignora quelli che la contraddicono. Entrambi risultano convincenti perché propongono storie semplici, mentre la valutazione scientifica richiede di considerare l’insieme delle prove.

Rotelli riconosce anche una responsabilità nella comunicazione scientifica, a lungo troppo tecnica e distante dal pubblico. Questo spazio è stato occupato da messaggi semplici e rassicuranti, ma non sempre accurati. La risposta, tuttavia, non è ridurre il rigore: serve una divulgazione più chiara, accessibile ed empatica, capace di colmare il divario tra evidenze e pubblico.

Tra i concetti da tenere presenti ci sono dunque il clickbaiting, il cherry picking, il bias del sopravvissuto, la filter bubble e il principio di autorità malinteso. Nessun titolo professionale rende automaticamente vera un’affermazione: per orientarsi tra i contenuti sulla salute, il criterio decisivo resta la qualità delle prove disponibili.