Alimentazione infantile

Neofobia alimentare, perché i bambini rifiutano i cibi nuovi

La diffidenza verso sapori sconosciuti spesso è fisiologica: gradualità, esempio familiare e niente pressioni aiutano ad ampliare la dieta.

Neofobia alimentare, perché i bambini rifiutano i cibi nuovi

Davanti a un piatto mai visto, molti bambini pronunciano il loro verdetto prima ancora dell’assaggio. Il rifiuto degli alimenti nuovi è un comportamento diffuso in età scolare: secondo una ricerca del CREA, l’85,4% dei bambini presenta un livello intermedio o elevato di neofobia alimentare, cioè una naturale diffidenza verso ciò che è poco familiare. Questo atteggiamento è spesso associato a una minore aderenza alla dieta mediterranea e a un consumo più ridotto di frutta, verdura e legumi.

Nella maggior parte dei casi non si tratta di un capriccio, ma di una fase fisiologica dello sviluppo destinata ad attenuarsi con il tempo. Laura De Gara, presidente del Corso di Laurea Magistrale in Bio-Scienze per l’Alimentazione, la Nutrizione e la Salute dell’Università Campus Bio-Medico di Roma, spiega che la neofobia è una caratteristica umana con un possibile significato evolutivo: la cautela verso ciò che non si conosce poteva proteggere dal rischio di ingerire sostanze dannose.

Perché alcuni sapori vengono rifiutati

La diffidenza verso i cibi nuovi nasce dall’incontro tra fattori individuali, genetici e legati allo sviluppo, oltre che dall’ambiente familiare. Un bambino abituato a vedere alimenti diversi sulla tavola e genitori che li consumano con piacere ha più occasioni per familiarizzare con nuovi sapori. Al contrario, una dieta poco varia e una scarsa esposizione alla novità possono rendere più difficile l’accettazione.

Conta anche la sensibilità gustativa, generalmente più intensa rispetto a quella degli adulti. Un sapore appena percettibile per un adulto può risultare molto forte o insolito per un bambino. Per questo broccoli, cavolfiori, radicchio e altre verdure dal gusto deciso finiscono più facilmente nella lista dei cibi sgraditi. Il rifiuto, però, non è necessariamente definitivo: spesso servono tempo e occasioni ripetute per trasformare un alimento sconosciuto in qualcosa di familiare.

Il gusto si costruisce gradualmente. Arrendersi dopo il primo no può essere un errore: vedere più volte un alimento, riconoscerne colore, forma e profumo e trovarlo sulla tavola può rappresentare un primo passo verso l’accettazione. L’indicazione è proporlo senza forzature, in momenti diversi e con preparazioni differenti, abbinandolo a sapori già conosciuti o inserendolo in ricette familiari.

Coinvolgimento e gradualità a tavola

Un percorso di educazione alimentare basato su Nutripiatto è stato analizzato in uno studio pubblicato su Scientific Reports dai ricercatori dell’Università Campus Bio-Medico di Roma. Il progetto ha coinvolto circa 800 bambini italiani tra i 6 e i 10 anni e ha utilizzato un piatto-guida colorato per illustrare come bilanciare verdure, ortaggi, cereali, preferibilmente integrali, e fonti proteiche.

Dopo il percorso sono stati rilevati miglioramenti nelle abitudini alimentari: è aumentato il consumo di verdure, cereali integrali e acqua, mentre sono diminuiti alcuni comportamenti meno favorevoli, tra cui la sedentarietà e il consumo eccessivo di alcuni alimenti. Il dato suggerisce che conoscenza e partecipazione possono rendere il cibo meno estraneo e favorire un’esperienza positiva.

Fare la spesa insieme, scegliere un frutto mai provato, lavare le verdure o aiutare a preparare una ricetta consente ai bambini di entrare in contatto con gli alimenti in un contesto sereno. Anche coltivare una piantina, visitare un orto o una fattoria didattica e conoscere l’origine degli ingredienti può aumentare la familiarità.

La pressione, invece, rischia di produrre l’effetto opposto. Obbligare a mangiare o trasformare l’assaggio in una contrapposizione può associare quell’alimento a un’esperienza negativa. Meglio continuare a proporlo, eventualmente modificandone la preparazione: una verdura dal gusto intenso può essere abbinata a sapori delicati, come la patata, oppure inserita in una ricetta già apprezzata.

È opportuno chiedere il parere di un professionista quando la selettività diventa molto marcata: per esempio se il bambino mangia pochissimi alimenti, rifiuta intere categorie o mantiene nel tempo una rigidità che condiziona la vita quotidiana, l’equilibrio della dieta o la crescita. Alcune condizioni del neurosviluppo possono associarsi a forme specifiche di selettività, ma il rifiuto di molti cibi non indica automaticamente una problematica. In questi casi, il supporto di un nutrizionista può essere utile.