Le bevande vegetali e le alternative alla carne sono ormai presenti in molte spese quotidiane. A richiamare l’attenzione su un aspetto meno visibile di questi alimenti è uno studio pubblicato sulla rivista Food Control, dedicato alla presenza di micotossine, sostanze prodotte da alcune muffe che possono contaminare le materie prime agricole durante la coltivazione, la conservazione o la lavorazione.
I ricercatori hanno analizzato 212 prodotti trasformati venduti nel Regno Unito: 92 sostituti vegetali della carne e 120 bevande a base vegetale. Nei campioni sono state cercate 19 diverse micotossine. Il dato principale è che tutti i prodotti esaminati contenevano almeno una di queste sostanze; in molti casi erano presenti contemporaneamente più micotossine.
Le differenze tra alimenti
Le alternative vegetali alla carne mostravano in media livelli complessivamente più elevati rispetto alle bevande vegetali. Tra le sostanze rilevate figuravano aflatossine, ocratossina A, zearalenone e alcune tossine associate a funghi del genere Fusarium. Il risultato non equivale, però, alla prova che questi alimenti siano pericolosi o provochino malattie.
Nel gruppo delle bevande, quelle a base di avena presentavano il profilo più ampio di contaminazione e una maggiore presenza di alcune tossine tipiche dei cereali. Le bevande di soia mostravano più frequentemente ocratossina A, mentre quelle ottenute da mandorle o altra frutta a guscio tendevano a registrare livelli inferiori. Secondo i dati, quindi, la materia prima può influire sul tipo e sulla quantità di micotossine presenti.
Lo studio ha misurato contaminanti negli alimenti, non gli effetti sulla salute delle persone. Non dimostra dunque un danno clinico nei consumatori né stabilisce che il consumo di questi prodotti causi patologie. Un tema ancora aperto riguarda tuttavia la possibile esposizione cumulativa: assumere nel tempo piccole quantità di sostanze diverse attraverso alimenti simili potrebbe avere un peso da chiarire con ulteriori ricerche.
Che cosa indicano i risultati
Un elemento rassicurante è che, secondo quanto riportato, le concentrazioni misurate restavano entro i limiti normativi disponibili. Questo riduce il timore di un rischio immediato associato a una singola porzione. Le micotossine, inoltre, non riguardano esclusivamente gli alimenti vegani, ma rappresentano un rischio noto della filiera agricola.
La conclusione più prudente non è eliminare le bevande vegetali o i sostituti della carne, ma mantenere una dieta varia. Alternare le fonti alimentari e non basarsi sempre sugli stessi prodotti, soprattutto se molto trasformati, può contribuire a limitare un’esposizione ripetuta alle medesime sostanze. Il consiglio va letto come un’indicazione generale di equilibrio, non come una risposta a un pericolo dimostrato.
I risultati hanno comunque alcuni limiti: l’analisi riguarda il mercato del Regno Unito, un periodo breve e un numero ristretto di grandi rivenditori. Non è quindi possibile estenderli automaticamente a tutti i Paesi o a tutti i marchi. Restano inoltre incertezze sull’effetto dei processi industriali, che potrebbero ridurre, trasformare o modificare la presenza di alcune micotossine. Il lavoro va perciò considerato soprattutto un segnale di monitoraggio, non un motivo di allarme.
Il paper originale, intitolato Mycotoxin contamination in plant-based beverages and meat alternatives: A survey of the UK market, è identificato dal DOI 10.1016/j.foodcont.2025.111910.