Il nitrito di sodio, sostanza impiegata in alcuni contesti alimentari e industriali, è comparso negli ultimi anni in episodi di avvelenamento volontario. Un lavoro pubblicato su BMJ Public Health ha analizzato la presenza del fenomeno nel Regno Unito, concentrandosi sui segnali rilevabili nei campioni biologici raccolti dopo la morte.
Si tratta di uno studio retrospettivo, basato quindi su dati già disponibili e non sul monitoraggio nel tempo di persone coinvolte. I ricercatori hanno esaminato i casi inviati a un laboratorio specializzato per sospetta ingestione di nitriti o nitrati nell’arco di circa cinque anni. Gli episodi inizialmente considerati erano più di 200, mentre i casi con dati completi utilizzabili sono risultati 164.
I campioni analizzati erano soprattutto di sangue, ma comprendevano anche umore vitreo, il liquido presente nell’occhio, urine e, in alcuni casi, contenuto gastrico o liquidi recuperati sulla scena. L’obiettivo era misurare la presenza di nitriti e nitrati e valutare se i livelli fossero compatibili con un’ingestione intenzionale.
I risultati dell’analisi
Nei casi inclusi, il sospetto è stato confermato nella grande maggioranza delle situazioni: circa 9 su 10. In alcuni campioni, le concentrazioni rilevate erano da centinaia a migliaia di volte superiori ai valori normalmente presenti nell’organismo. Il dato deve essere interpretato nel contesto delle analisi forensi e non equivale a una stima di tutti i decessi avvenuti nel Paese.
Tra i casi in cui il sesso era noto, circa due terzi erano uomini. L’età delle persone coinvolte andava dall’adolescenza alla tarda età adulta, con una quota maggiore tra i soggetti giovani, in particolare tra quelli nati dagli anni Ottanta in poi. Il lavoro indica inoltre che l’umore vitreo potrebbe essere il campione più utile quando si sospetta questo tipo di avvelenamento, perché sembra risentire meno di alcune alterazioni post mortem che possono modificare i risultati del sangue.
Limiti e implicazioni per la salute pubblica
Gli autori sottolineano che il riconoscimento tempestivo dei casi sospetti può essere importante: in alcune circostanze esistono trattamenti d’emergenza che possono migliorare le possibilità di sopravvivenza se avviati rapidamente. Il tema riguarda anche la facilità di accesso ad alcune sostanze e la circolazione online di contenuti potenzialmente dannosi, aspetti che sollevano interrogativi di prevenzione.
I risultati, tuttavia, non permettono di descrivere con precisione l’intero fenomeno. L’analisi comprende solo i casi già sospettati e inviati a quel laboratorio: i numeri potrebbero quindi sottostimare il problema, ma non rappresentano automaticamente tutti i decessi del Regno Unito. Inoltre, i campioni raccolti dopo la morte possono degradarsi e il tempo trascorso tra decesso, prelievo e analisi può influenzare le misurazioni. In alcuni episodi non sono stati rilevati livelli elevati nonostante il sospetto iniziale.
Il lavoro propone quindi un segnale di salute pubblica, più che una guida individuale. I ricercatori indicano la necessità di mantenere alta l’attenzione clinica, migliorare le capacità diagnostiche e riflettere sull’accesso alle sostanze e sulle strategie di prevenzione. Chi si trova in una situazione personale o familiare di difficoltà dovrebbe rivolgersi direttamente ai servizi sanitari o di supporto psicologico del proprio territorio, evitando di cercare aiuto soltanto online.
Fonte scientifica: Retrospective cohort analysis of nitrite and nitrate levels in postmortem biological samples after suspected suicide, 2019-24, pubblicato su BMJ Public Health. DOI: 10.1136/bmjph-2025-004215.