Un’analisi condotta su campioni di tè commercializzati in Cina ha rilevato la presenza di PCB in tutti i 192 prodotti esaminati. Si tratta di policlorobifenili, sostanze inquinanti persistenti utilizzate in passato in diversi processi industriali e capaci di rimanere a lungo nell’ambiente. Il dato più rilevante per i consumatori, tuttavia, è che l’esposizione associata al solo consumo di tè è risultata molto bassa rispetto ai limiti di sicurezza adottati a livello internazionale.
La ricerca ha preso in considerazione diverse categorie di tè, raccolte in varie aree della Cina, con l’obiettivo di valutare la concentrazione di alcuni PCB, le differenze tra territori e varietà e l’eventuale influenza della lavorazione. Questi composti possono persistere nel suolo, nell’acqua e nella catena alimentare anche dopo la loro riduzione d’uso. Per questo la loro presenza negli alimenti continua a essere oggetto di controlli.
Differenze tra varietà e aree
Le concentrazioni non erano uguali in tutti i campioni. In media, i valori più elevati sono stati osservati nei tè scuri, mentre quelli più contenuti riguardavano i tè gialli. I ricercatori hanno inoltre registrato una variabilità geografica, con livelli maggiori in alcune zone caratterizzate da una più intensa attività industriale.
Anche il profilo dei singoli PCB è apparso diverso da un campione all’altro. La maggiore frequenza di alcune forme rispetto ad altre può fornire indicazioni sull’origine della contaminazione e suggerisce che, oltre all’ambiente, possa avere un ruolo anche la filiera produttiva. Gli autori hanno poi confrontato foglie fresche e tè lavorato provenienti dallo stesso lotto.
Dopo la lavorazione, alcuni PCB mostravano livelli leggermente più elevati, mentre per altri le variazioni erano limitate. L’aumento osservato non è risultato statisticamente significativo: il dato rappresenta quindi un’ipotesi da approfondire e non una prova di un effetto certo del processo produttivo.
Che cosa significa per i consumatori
Le stime basate sulle quantità misurate indicano che il contributo del tè all’esposizione ai PCB è molto basso. Alla luce dei risultati, il consumo abituale non emerge come una fonte preoccupante di contaminazione. Lo studio non fornisce elementi per considerare problematiche, di per sé, una o due tazze al giorno nell’ambito di normali abitudini alimentari.
Il risultato deve però essere interpretato considerando i limiti della ricerca. L’analisi ha riguardato soltanto l’esposizione attraverso il tè e non il contributo complessivo della dieta. I PCB possono essere presenti anche in altri alimenti e il rischio totale dipende dall’insieme delle abitudini alimentari e dalle condizioni ambientali in cui si vive.
Inoltre, i campioni provenivano da un solo Paese e da specifiche varietà commerciali. Non è quindi possibile estendere automaticamente le conclusioni a tutti i tè venduti nel mondo. Restano da chiarire meglio anche il ruolo della lavorazione e quello del confezionamento. La conclusione più equilibrata è che, sulla base di questi dati, non emerge un allarme per il consumo abituale, mentre il monitoraggio degli inquinanti negli alimenti resta importante per la sicurezza della filiera.
Lo studio è stato pubblicato sulla rivista New Contaminants con il titolo Profiling of polychlorinated biphenyls in Chinese tea: national distribution, variety-specific variations, and the impact of processing. Il DOI del lavoro è 10.48130/newcontam-0026-0019.