Uno studio pubblicato su Clinical Cancer Research individua un possibile legame tra una variante genetica e il comportamento del tumore del pancreas. La ricerca è stata coordinata da Luigi Laghi, professore ordinario di Gastroenterologia e direttore della Scuola di specializzazione in malattie dell’apparato digerente dell’Università di Parma, in collaborazione con l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas e con il gruppo guidato da Paola Cappello dell’Università di Torino.
Al centro dell’indagine c’è H63D, una variante del gene HFE, localizzato sul cromosoma 6 e coinvolto nella regolazione del metabolismo del ferro. I dati indicano che questa caratteristica potrebbe non influire sulla comparsa della malattia, ma sul suo decorso, associandosi a una maggiore aggressività della neoplasia.
Il paradosso osservato nei pazienti
L’analisi di quasi 800 pazienti ha evidenziato un’apparente contraddizione. Nei portatori di H63D, il tumore viene diagnosticato più spesso quando è ancora possibile intervenire chirurgicamente, ma presenta anche un rischio più elevato di recidiva precoce. La possibilità di operare la neoplasia, quindi, non coincide necessariamente con una prognosi migliore: a condizionare l’evoluzione può essere anche la sua aggressività biologica.
Secondo i ricercatori, il tumore pancreatico non è una malattia uniforme, ma può comprendere forme biologicamente differenti. Essere portatori di H63D, tuttavia, non significa avere una maggiore probabilità di sviluppare il tumore. La variante è considerata un possibile fattore modificatore, capace di influenzare l’evoluzione della malattia dopo la sua comparsa, non un fattore di rischio aumentato.
Negli studi è stata osservata un’associazione con la transizione epitelio-mesenchimale, un processo che modifica le caratteristiche delle cellule tumorali. Le cellule possono diventare più mobili e meno legate al tessuto d’origine, acquisendo potenzialmente una maggiore capacità di diffondersi. Restano però da chiarire i meccanismi attraverso i quali H63D potrebbe favorire l’attivazione di questo processo.
Dai modelli sperimentali alla medicina personalizzata
I modelli animali sviluppati dal gruppo dell’Università di Torino hanno consentito di osservare i meccanismi della malattia in condizioni sperimentali controllate. I risultati hanno fornito un ulteriore elemento a sostegno delle osservazioni cliniche, ma saranno necessari altri studi per confermare il ruolo della variante e comprenderne il funzionamento.
Al momento, le evidenze non sono sufficienti per usare H63D nella scelta delle terapie, per decidere se ricorrere alla chirurgia o per modificare i percorsi di cura. Il possibile interesse della variante riguarda soprattutto una classificazione più precisa delle diverse forme di tumore pancreatico e dei processi biologici che ne condizionano l’evoluzione.
Una delle difficoltà principali nel trattamento è l’eterogeneità della neoplasia. All’interno dello stesso tumore possono coesistere popolazioni cellulari con caratteristiche differenti, alcune delle quali sviluppano meccanismi di resistenza. Per questo, colpire un solo bersaglio potrebbe non essere sufficiente: le cellule che utilizzano vie alternative per sopravvivere possono continuare a proliferare. Se ulteriori ricerche confermeranno il ruolo dei processi associati a H63D, questi potranno essere studiati come possibili bersagli di strategie terapeutiche combinate.
La diagnosi precoce resta un’altra sfida. Per la popolazione generale a rischio medio non esiste uno screening generalizzato di comprovata efficacia e i sintomi iniziali sono spesso vaghi. Tra le linee di ricerca ci sono le biopsie liquide, che analizzano campioni di sangue per cercare frammenti di DNA tumorale o altri biomarcatori. Sensibilità, specificità e utilità clinica di questi test devono però essere ancora dimostrate.
In prospettiva, l’integrazione di dati clinici, variazioni della glicemia, biomarcatori e informazioni genetiche potrebbe aiutare a individuare le persone da sottoporre ad approfondimenti mirati. Si tratta di un’ipotesi ancora da validare, nell’ambito della ricerca di strumenti capaci di riconoscere il tumore prima che le possibilità di cura diventino più limitate.