Studio PROTEUS

Tumore alla prostata, terapia combinata riduce il rischio

Nei casi più aggressivi, l’aggiunta di apalutamide prima e dopo l’intervento migliora gli esiti a cinque anni, ma restano da valutare sopravvivenza e tollerabilità.

Tumore alla prostata, terapia combinata riduce il rischio

Una terapia farmacologica combinata somministrata prima e dopo l’intervento chirurgico può migliorare il controllo del carcinoma prostatico ad alto rischio. È quanto emerge dallo studio PROTEUS, pubblicato sul New England Journal of Medicine e condotto su pazienti con malattia localizzata o localmente avanzata, ma senza metastasi a distanza.

Il tumore della prostata è la neoplasia più frequentemente diagnosticata negli uomini in Europa, con circa 470mila nuovi casi ogni anno. In circa il 15% delle diagnosi il carcinoma viene classificato come ad alto rischio, perché presenta una maggiore probabilità di recidiva o di diffusione metastatica. La valutazione considera il livello del PSA, l’aggressività osservata all’esame istologico e lo stadio della malattia. Anche una neoplasia di piccole dimensioni può infatti avere caratteristiche aggressive, mentre una forma meno aggressiva può avere già coinvolto i tessuti vicini.

Come si è svolta la ricerca

Lo studio ha coinvolto 2.109 pazienti, tutti destinati alla prostatectomia radicale, con asportazione della prostata, delle vescicole seminali e dei linfonodi pelvici. Il percorso prevedeva inoltre la deprivazione degli ormoni androgeni, indicata con la sigla ADT, per circa sei mesi prima e sei mesi dopo l’operazione.

Una parte dei partecipanti ha ricevuto anche apalutamide, farmaco ormonale assunto per via orale. Il gruppo di controllo ha seguito lo stesso schema con ADT e placebo. L’obiettivo era verificare se il doppio meccanismo, basato sulla riduzione degli androgeni circolanti e sul blocco dei loro recettori, potesse limitare la progressione della malattia.

I risultati e i limiti

A cinque anni dall’intervento, la percentuale di pazienti vivi e senza metastasi è risultata del 78,2% tra quelli trattati con apalutamide, contro il 73,5% nel gruppo di controllo. La differenza corrisponde a una riduzione relativa del 20% del rischio di metastasi o morte. Al momento dell’intervento, inoltre, nel gruppo sottoposto alla terapia combinata il tumore era scomparso o ridotto a una quantità minima nell’8,9% dei casi, rispetto all’1% osservato nel gruppo di controllo.

Il trattamento ha anche allungato il periodo prima dell’avvio di nuove cure: la mediana è stata di 74 mesi contro 41 mesi. Per la ripresa o la progressione della malattia, compreso il rialzo del PSA, il tempo mediano senza questi eventi è stato di 57 mesi con la combinazione e di 38 mesi con il solo schema di controllo. Si tratta di risultati riferiti alla popolazione studiata e non di un beneficio garantito per ogni singolo paziente.

Lo studio non ha ancora dimostrato che l’approccio combinato prolunghi la sopravvivenza complessiva a lungo termine. Sarà quindi necessario continuare a seguire i partecipanti. Va inoltre considerata la tollerabilità: le eruzioni cutanee sono comparse nel 33% dei pazienti trattati con apalutamide, contro il 15% del gruppo di controllo, mentre gli eventi avversi importanti hanno riguardato circa il 40% del primo gruppo e il 31% del secondo.

L’impiego di apalutamide prima e dopo la prostatectomia non è ancora autorizzato nell’Unione Europea. In alcuni centri ospedalieri italiani è tuttavia possibile valutare l’accesso al trattamento attraverso percorsi dedicati, sulla base delle caratteristiche cliniche del paziente e del giudizio degli specialisti.