Un dolore emotivo intenso può provocare una temporanea sofferenza del muscolo cardiaco. È la sindrome di tako-tsubo, conosciuta anche come sindrome del crepacuore, una condizione che in nove casi su dieci interessa le donne. Il nome deriva dalla forma assunta dal cuore durante l’episodio, simile a quella del vaso giapponese usato per catturare i polpi.
La sindrome può comparire dopo un lutto o in seguito a uno stress improvviso e molto intenso. Il meccanismo non è ancora completamente chiarito, ma durante l’episodio il muscolo cardiaco si contrae in modo anomalo e assume la caratteristica forma del tako-tsubo. I segnali possono essere gli stessi di un infarto: dolore al petto, respiro corto e forte affaticamento.
I controlli necessari per la diagnosi
Quando una persona arriva in pronto soccorso con un sospetto infarto, in due casi su dieci la diagnosi è invece quella di sindrome di tako-tsubo. Per distinguere le due condizioni sono necessari diversi accertamenti. Si parte dall’elettrocardiogramma e dagli esami del sangue, utili a valutare eventuali danni alle cellule cardiache. Viene poi eseguito un ecodoppler cardiaco, che può evidenziare il deficit di contrattilità del cuore.
Di norma si procede anche con una coronarografia, per verificare la presenza di placche o lesioni nelle coronarie. Se l’esame non evidenzia alterazioni e i valori del sangue non risultano compatibili con un infarto, si può arrivare alla diagnosi di tako-tsubo. La distinzione è importante perché, a differenza dell’infarto, la sindrome non è causata dal restringimento di un’arteria coronarica.
Come avviene il recupero
La prognosi è generalmente favorevole. Secondo i dati citati dal dottor Francesco Prati, presidente del Centro per la lotta contro l’infarto, e relativi a uno studio del Tako-tsubo Italian Network pubblicato sull’International Journal of Cardiology, in sette casi su dieci il recupero completo avviene entro 10 giorni. In alcuni casi, tuttavia, la sindrome può ripresentarsi.
La terapia comprende farmaci che aiutano il cuore durante la ripresa, tra cui i betabloccanti e gli ace-inibitori o, in alternativa, i sartani, utilizzati anche nel trattamento dello scompenso cardiaco. Poiché non dipende dall’ostruzione delle coronarie, l’acido acetilsalicilico e le statine, centrali nella prevenzione dell’infarto, hanno un ruolo generalmente marginale.
Il trattamento viene proseguito fino a quando il cuore recupera la sua forma normale. L’evoluzione viene monitorata con ecocardiografie successive; in alcune situazioni può essere utile anche la risonanza magnetica cardiaca. Di fronte a sintomi come dolore toracico e difficoltà respiratoria, la valutazione in pronto soccorso resta necessaria per distinguere la sindrome da un infarto.