Dati clinici

Scompenso cardiaco, cosa dicono davvero le stime sulla sopravvivenza

Percentuali diverse riflettono gruppi, trattamenti e condizioni individuali.

Scompenso cardiaco, cosa dicono davvero le stime sulla sopravvivenza

Chi riceve una diagnosi di scompenso cardiaco si chiede spesso quanto tempo possa restare. Le statistiche mostrano che alcune persone vivono per molti anni, anche oltre un decennio, ma nessuna percentuale può stabilire in anticipo la durata della vita di un singolo paziente.

I modelli prognostici combinano dati clinici per stimare la probabilità che si verifichi un evento entro un determinato periodo. Sono strumenti utili per il confronto con il cardiologo, ma non fissano una scadenza individuale. Le stime vanno quindi interpretate come fotografie di gruppi numerosi, non come previsioni certe.

Le percentuali disponibili

Una meta-analisi di 60 studi, che ha coinvolto circa un milione e mezzo di persone con scompenso cronico o stabile, ha rilevato una sopravvivenza dell’86,5% a un anno, del 56,7% a cinque anni e del 34,9% a dieci anni. In altri termini, dopo un decennio risultava viva circa una persona su tre. Il dato non equivale però a un’aspettativa media di dieci anni.

La stima a dieci anni era inoltre incerta: il valore reale poteva collocarsi tra il 24% e il 46,8%. Gli studi, raccolti fino ad agosto 2018, riguardavano soprattutto popolazioni europee e nordamericane in condizioni stabili, non persone colpite da un peggioramento acuto. Nei lavori con reclutamento dal 2000 in poi, la sopravvivenza a cinque anni arrivava al 59,7%, ma si tratta comunque di dati riferiti al passato.

Che cosa può cambiare la prognosi

La valutazione del cardiologo tiene conto di diversi elementi: età, funzione renale, pressione arteriosa, sintomi, frazione di eiezione e peptidi natriuretici. La frazione di eiezione misura la quantità di sangue espulsa dal ventricolo sinistro a ogni battito, mentre i peptidi natriuretici sono sostanze rilevabili con un esame del sangue.

Nessuno di questi parametri, preso da solo, consente una previsione sicura. Anche il miglioramento di un esame non dimostra automaticamente che la sopravvivenza si allunghi. La frazione di eiezione è importante anche per orientare le cure. Quando è ridotta, la terapia comprende generalmente quattro classi di farmaci: quelli che agiscono sul sistema renina-angiotensina, beta-bloccanti, antagonisti del recettore mineralcorticoide e inibitori SGLT2.

Un’analisi di 89 studi clinici con oltre centomila partecipanti ha confermato che queste terapie possono ridurre mortalità e ricoveri. Gli eventuali “anni guadagnati” calcolati dai modelli statistici non sono però promesse individuali: farmaci e dosaggi vengono scelti in base alle condizioni cliniche e alla tollerabilità.

Nel caso di frazione di eiezione preservata, gli inibitori SGLT2 hanno ridotto gli eventi cardiovascolari e i ricoveri in un’analisi di 39 studi su oltre 48.000 partecipanti. Considerata da sola, la mortalità non mostrava invece differenze statisticamente significative. Se la frazione di eiezione migliora, inoltre, lo scompenso non è necessariamente guarito e la terapia viene generalmente proseguita sotto controllo medico.

Ricoveri ripetuti, diuretici meno efficaci o farmaci non tollerati possono indicare uno scompenso avanzato e rendere opportuna una valutazione precoce in un centro specialistico. Richiedono assistenza immediata la difficoltà respiratoria intensa e persistente, lo svenimento e il dolore al petto che non passa. In caso di peggioramento graduale del respiro o della capacità di svolgere le attività quotidiane, è importante contattare il team curante.