Dimenticare dove si sono lasciate le chiavi o ritrovare solo dopo qualche minuto una parola possono essere episodi compatibili con il normale invecchiamento, soprattutto quando restano occasionali e non ostacolano la vita quotidiana. Il significato cambia, però, se le difficoltà si ripetono, peggiorano nel tempo o iniziano a compromettere le attività abituali. La demenza non è una conseguenza inevitabile dell’età e tra il normale invecchiamento e una diagnosi di demenza esistono condizioni intermedie.
Tra i segnali da discutere con un medico ci sono il perdersi in un luogo conosciuto, la difficoltà a svolgere in autonomia attività gestite per anni e i problemi di memoria persistenti o in peggioramento. Non è necessario aspettare che la perdita di autonomia diventi evidente per chiedere una valutazione. Anche i 60 anni rappresentano un riferimento e non una soglia rigida: un dubbio sulla memoria può meritare attenzione a qualunque età adulta.
Il deterioramento cognitivo lieve non è demenza
Una possibile condizione intermedia è il deterioramento cognitivo lieve, noto anche con la sigla inglese MCI. In questo caso sono presenti difficoltà reali in uno o più ambiti del pensiero, come la memoria, ma la persona conserva la capacità di gestire la propria vita in modo indipendente. La sola sensazione di essere più smemorati non è sufficiente per stabilire la diagnosi, che richiede una valutazione clinica.
L’MCI può rimanere stabile, migliorare oppure evolvere verso la demenza, ma non rappresenta un esito inevitabile. Conservare l’autonomia aiuta a distinguere questa condizione dalla demenza, ma non basta da solo a stabilire che tutto rientri nella normalità. Per questo è importante osservare l’andamento dei disturbi e il loro impatto concreto sulle abitudini.
La memoria può risentire anche di fattori diversi dall’invecchiamento o da una malattia neurodegenerativa. Durante la valutazione il medico considera depressione, stress, sonno disturbato e delirium, cioè uno stato di confusione acuta. Vengono valutati anche eventuali deficit di vista o udito e gli effetti dei farmaci, compresi quelli con attività anticolinergica, che interferiscono con l’azione dell’acetilcolina nelle cellule nervose.
Attribuire automaticamente i vuoti di memoria soltanto allo stress può essere fuorviante. Questi fattori possono inoltre coesistere con una demenza e non necessariamente escluderla. Se si sospetta che un farmaco influisca sulle capacità cognitive, è necessario parlarne con il medico senza interrompere la terapia autonomamente.
Come si valuta il problema
Non esiste un singolo test capace di chiarire da solo l’origine delle difficoltà. Il percorso diagnostico parte dal racconto dei disturbi: quando sono comparsi, come sono cambiati e quali attività rendono più difficili. È utile anche il contributo di una persona vicina, che può descrivere cambiamenti non sempre riconosciuti direttamente dall’interessato.
Se il sospetto rimane, il medico può ricorrere a un esame fisico, a test cognitivi e ad accertamenti scelti in base al quadro. Un risultato normale non basta a escludere un declino cognitivo, perché l’accuratezza dei singoli test può essere variabile. Quando i dubbi persistono, può quindi essere indicato un monitoraggio nel tempo invece di una conclusione definitiva basata su una sola prova.
La situazione cambia se compare all’improvviso una confusione con disorientamento o difficoltà a mantenere l’attenzione. In questo caso è necessaria assistenza medica immediata, perché il disturbo può dipendere da una condizione acuta da valutare e trattare rapidamente. Si tratta di un quadro diverso dalla parola che sfugge occasionalmente o dalla dimenticanza isolata.