Un’esposizione professionale ripetuta ai pesticidi potrebbe essere associata a una maggiore probabilità di sviluppare la sclerosi laterale amiotrofica, la malattia neurologica nota come SLA. È quanto emerge da una revisione sistematica con meta-analisi pubblicata sulla rivista Occupational and Environmental Medicine. Il lavoro ha riunito i risultati di studi già disponibili, senza arruolare nuovi pazienti.
La SLA danneggia progressivamente i motoneuroni, le cellule nervose che controllano i muscoli. Le sue cause restano in gran parte sconosciute e non esiste ancora una cura. Per valutare il possibile ruolo dell’esposizione sul lavoro, i ricercatori hanno analizzato otto studi caso-controllo, nei quali le esperienze professionali di persone con SLA vengono confrontate con quelle di soggetti senza la malattia. I casi considerati erano complessivamente circa 1.700.
L’associazione osservata negli studi
Le persone che avevano lavorato a contatto con pesticidi presentavano una probabilità di avere la SLA superiore di circa il 60% rispetto a chi non risultava esposto. Il dato appariva simile anche considerando separatamente erbicidi, insetticidi e fungicidi. Nei tre studi che distinguevano i livelli di esposizione, il contatto più intenso risultava associato a una probabilità maggiore rispetto a quello meno intenso. Si tratta di un indizio compatibile con un possibile effetto dose-risposta, ma le informazioni disponibili non consentono di definirne con precisione la portata.
Un’ulteriore differenza è emersa nell’analisi per sesso. Nei pochi studi che fornivano questo dettaglio, tra gli uomini esposti la probabilità risultava circa doppia, mentre tra le donne non veniva rilevato un aumento. Le ragioni di questa differenza non sono state chiarite.
Perché i risultati vanno interpretati con cautela
L’associazione osservata non dimostra che i pesticidi provochino la SLA. Gli studi erano pochi e nella maggior parte dei casi si basavano sui ricordi dei partecipanti riguardo alle attività svolte. Dopo una diagnosi grave, le persone possono ripensare al proprio passato con maggiore attenzione: questo meccanismo può influenzare le stime. Le ricerche basate sull’esposizione riferita direttamente dai partecipanti e quelle più datate, infatti, indicavano effetti più ampi rispetto agli studi che utilizzavano valutazioni di esperti o archivi delle mansioni.
Gli autori segnalano inoltre che non sono stati considerati altri possibili fattori, tra cui i traumi alla testa e l’uso di acqua di pozzo. Anche le spiegazioni biologiche ipotizzate, come lo stress ossidativo e l’infiammazione del sistema nervoso, restano da verificare.
L’analisi riguarda contatti professionali, ripetuti e spesso intensi. Non fornisce indicazioni sui residui negli alimenti né sull’uso occasionale di prodotti in giardino e non giustifica cambiamenti nella dieta. Per chi lavora con queste sostanze, resta importante ridurre l’esposizione attraverso dispositivi di protezione adeguati, procedure corrette, formazione e confronto con il medico del lavoro. Il risultato non significa che una persona esposta svilupperà la malattia, che resta rara. Saranno necessari studi prospettici, capaci di seguire i lavoratori nel tempo e di misurare l’esposizione in modo oggettivo. Lo studio è intitolato Occupational exposure to pesticides increases the risk of amyotrophic lateral sclerosis: a systematic review and meta-analysis; DOI: 10.1136/oemed-2025-110662.