Avvertire un tuffo al petto o la sensazione di battiti saltati rientra nel fenomeno delle palpitazioni. Si tratta di un sintomo frequente, spesso non legato a condizioni gravi, ma che da solo non consente di identificare il tipo di aritmia né di considerare innocuo ogni episodio. Per questo, nella valutazione del cuore, conta soprattutto riuscire a registrare il disturbo mentre si manifesta, utilizzando lo strumento più adatto al quadro clinico.
L’elettrocardiogramma a 12 derivazioni resta l’esame di riferimento per studiare le aritmie, perché osserva l’attività elettrica cardiaca da più angolazioni. Il limite è legato alla durata della registrazione: se il disturbo è intermittente e l’esame viene eseguito quando il battito è regolare, il tracciato può risultare normale. Un risultato negativo ottenuto fuori dall’episodio, quindi, non chiude necessariamente l’accertamento.
La durata del monitoraggio dipende dai sintomi
Quando le palpitazioni si ripetono, il medico può proporre un monitoraggio più lungo, scelto in base alla frequenza degli episodi e al rischio individuale. Un Holter di 24 o 48 ore è indicato soprattutto se i disturbi compaiono ogni giorno. Se invece sono più sporadici o imprevedibili, si può ricorrere a registrazioni estese, anche di 15 o 30 giorni, attraverso registratori di eventi o altri dispositivi esterni.
Tra le alternative ci sono i cerotti ECG adesivi, che consentono un controllo continuativo per diversi giorni, spesso fino a 14, senza i fili dell’Holter tradizionale. Il formato, tuttavia, non è automaticamente migliore: molti cerotti registrano una o due derivazioni e non possono sostituire un tracciato completo quando il quesito diagnostico richiede informazioni più ampie. Inoltre, rilevare più anomalie grazie a un’osservazione prolungata è un risultato diagnostico, ma non dimostra da solo una riduzione di ictus, ricoveri o mortalità.
Smartwatch e segnali da non sottovalutare
Per episodi sporadici possono essere utilizzati anche dispositivi ECG attivabili dal paziente, compresi alcuni smartwatch. Questi strumenti possono non riuscire a catturare eventi molto brevi e non sono utilizzabili se l’aritmia provoca perdita di coscienza. La fotopletismografia, che analizza il polso con un sensore ottico, può segnalare una possibile fibrillazione atriale, ma la notifica non equivale a una diagnosi e richiede una conferma mediante ECG.
Alcuni orologi integrano invece una funzione ECG capace di registrare un tracciato a una derivazione. Se il segnale è adeguato, il risultato può contribuire alla valutazione, ma deve essere interpretato da un medico. La classificazione automatica dell’algoritmo non è sufficiente per iniziare una terapia e l’assenza di avvisi non esclude un’aritmia, anche per i limiti del segnale e della registrazione intermittente.
In alcuni casi, oltre al ritmo elettrico, occorre valutare la struttura del cuore. L’ecocardiogramma può servire a cercare cardiopatie strutturali e a controllare la funzione dei ventricoli, per esempio nella valutazione delle extrasistoli ventricolari. La risonanza magnetica cardiaca non è un esame di routine per chiunque abbia palpitazioni, ma viene considerata quando il sospetto clinico, le caratteristiche dei battiti o gli esami precedenti lo rendono necessario.
Palpitazioni che aumentano o si ripetono meritano un consulto programmato. Se compaiono insieme a dolore toracico, difficoltà respiratoria, sensazione di svenimento o perdita di coscienza, serve invece una valutazione urgente. In questi casi non bisogna attendere di ottenere una registrazione domestica, anche se il disturbo è già passato.