Prevenzione

Ictus, i segnali da riconoscere e le mosse da fare subito

Il 29 ottobre richiama l’importanza del 112, delle cure rapide e degli stili di vita protettivi.

Ictus, i segnali da riconoscere e le mosse da fare subito

Un lato del volto che si abbassa, un braccio improvvisamente debole, parole confuse o difficili da comprendere: sono alcuni dei segnali con cui può manifestarsi un ictus. Riconoscerli rapidamente e chiamare il 112 è essenziale, perché ogni minuto può influire sulle possibilità di recupero e sul rischio di disabilità.

Il tema è al centro della Giornata mondiale dell’ictus, che si celebra il 29 ottobre. Secondo la World Stroke Organization, una persona su quattro sarà colpita dalla malattia nel corso della vita. In Italia si registrano circa 100 mila nuovi casi ogni anno e oltre un milione di persone convive con conseguenze che possono riguardare movimento, linguaggio, capacità cognitive e autonomia.

L’ictus può essere ischemico, quando un’arteria si ostruisce, oppure emorragico, quando si rompe un vaso sanguigno. In entrambi i casi il cervello riceve meno ossigeno e nutrienti. Le associazioni A.L.I.Ce. Italia e Italian Stroke Association sottolineano quindi la necessità di non attendere, nemmeno quando i disturbi sembrano attenuarsi.

Come riconoscere i sintomi

Le campagne di sensibilizzazione utilizzano la regola FAST: Face, cioè un’asimmetria del volto; Arms, la perdita di forza o la difficoltà a sollevare un braccio; Speech, un linguaggio impastato, incomprensibile o la difficoltà a capire le parole; Time, il tempo da non perdere per contattare i soccorsi. La versione BE-FAST aggiunge la perdita improvvisa di equilibrio e le alterazioni della vista.

Possono essere indicativi anche un’improvvisa perdita di sensibilità da un lato del corpo, intorpidimento del viso, difficoltà a camminare, confusione o un mal di testa molto intenso e diverso dal solito. È sufficiente anche un solo sintomo comparso all’improvviso per richiedere un intervento urgente.

Quando si chiama il 112 bisogna riferire con precisione i disturbi osservati e indicare l’orario di insorgenza, oppure l’ultima volta in cui la persona è stata vista in condizioni normali. Non è consigliabile aspettare il medico di famiglia, accompagnare autonomamente il paziente in ospedale o attendere che i sintomi passino. In attesa dei soccorsi, la persona va mantenuta tranquilla e non devono essere somministrati cibi, bevande o farmaci di propria iniziativa.

La scomparsa dei sintomi dopo pochi minuti non esclude un problema serio: potrebbe trattarsi di un attacco ischemico transitorio, o TIA, che segnala un possibile rischio di ictus nei giorni o nelle settimane successive e richiede una valutazione specialistica urgente.

Cure tempestive e prevenzione

In ospedale vengono eseguiti una valutazione neurologica e gli esami necessari, a partire dalla TAC cerebrale, per distinguere la forma ischemica da quella emorragica. Nel primo caso possono essere utilizzate la trombolisi endovenosa, che mira a sciogliere il coagulo, e la trombectomia meccanica, con la rimozione del trombo attraverso un catetere. Le procedure dipendono dal quadro clinico e dagli esami e, in pazienti selezionati, possono essere valutate anche diverse ore dopo l’esordio, fino a 24 ore dall’ultima osservazione in condizioni normali.

Le Unità Neurovascolari, o Stroke Unit, coordinano il lavoro di neurologi, neuroradiologi, infermieri e altri professionisti. La ricerca sta studiando anche il tenecteplase e l’impiego di tecniche di imaging capaci di individuare tessuto cerebrale ancora recuperabile. La scelta resta comunque individuale e deve considerare benefici e rischi.

Una parte significativa dei casi è legata a fattori modificabili. Il principale è l’ipertensione arteriosa, spesso priva di sintomi; sono rilevanti anche fibrillazione atriale, diabete, colesterolo elevato, sovrappeso e obesità. Controllare la pressione, seguire le terapie prescritte, non fumare, svolgere attività fisica, limitare l’alcol e adottare un’alimentazione equilibrata contribuisce a ridurre il rischio.

Dopo la fase acuta, la riabilitazione può aiutare a recuperare movimento, linguaggio, capacità cognitive e autonomia. Il percorso può coinvolgere fisiatri, fisioterapisti, logopedisti, terapisti occupazionali e neuropsicologi, oltre al supporto psicologico per affrontare ansia, depressione e difficoltà relazionali.