L’empagliflozin, un farmaco della famiglia degli inibitori SGLT2, potrebbe avere effetti sul sistema cardiovascolare che vanno oltre la riduzione della glicemia. A suggerirlo è uno studio pilota pubblicato su Circulation, che ha osservato i cambiamenti in alcune cellule del sangue coinvolte nei processi infiammatori e nei danni ai vasi.
Questi medicinali aiutano i reni a eliminare attraverso le urine una parte dello zucchero in eccesso. Il loro valore per la salute del cuore e dei reni, tuttavia, non sembra spiegabile interamente con il calo della glicemia o del peso. I ricercatori hanno quindi analizzato i monociti, globuli bianchi che possono legarsi alle piastrine formando aggregati. La presenza di queste combinazioni cellulari è stata associata a infiammazione e alterazioni delle pareti dei vasi sanguigni.
Lo studio su donne con prediabete
L’indagine ha coinvolto 16 donne con obesità e prediabete, una condizione caratterizzata da valori di glicemia superiori alla norma ma non ancora compatibili con una diagnosi di diabete. L’età media delle partecipanti era di circa 60 anni. Le volontarie hanno assunto empagliflozin e sono state sottoposte a prelievi prima dell’inizio del trattamento, dopo due settimane e dopo dodici settimane.
Su una parte delle partecipanti gli scienziati hanno utilizzato tecniche per analizzare l’attività dei geni nelle singole cellule, verificando poi i risultati con ulteriori metodi di laboratorio. La quota di aggregati tra monociti e piastrine è diminuita già dopo due settimane, con una riduzione più evidente al termine delle dodici settimane. Il numero complessivo delle piastrine non è invece cambiato, mentre è risultato più basso anche un indicatore della loro attivazione.
Un possibile meccanismo, non una prova clinica
I cambiamenti osservati non sembravano dipendere dalla perdita di peso o dalla glicemia. Il confronto con un gruppo seguito in precedenza con una dieta ipocalorica suggerisce infatti che il dimagrimento, da solo, non produca lo stesso effetto. Nei monociti è emerso inoltre un cambiamento nell’attività dei geni legati all’uso dell’energia, orientato verso un profilo considerato meno infiammatorio. Le misure dirette del metabolismo cellulare, però, non hanno mostrato variazioni evidenti.
Gli autori sottolineano che i risultati devono essere interpretati con cautela. Il campione era ridotto e comprendeva soltanto donne; inoltre mancava un gruppo di controllo trattato con placebo. Il confronto con la dieta si basava su dati raccolti in un altro momento e le cellule erano state congelate prima delle analisi, un passaggio che può influenzarne il comportamento.
Lo studio ha misurato modifiche nelle cellule del sangue, non eventi come infarti o ictus. Per questo indica soltanto un possibile meccanismo d’azione e non dimostra che l’empagliflozin protegga il cuore proprio attraverso questa via. Un’indagine più ampia con placebo è in corso e potrebbe offrire elementi più solidi.
Il risultato non costituisce un motivo per iniziare, interrompere o modificare autonomamente la terapia. Chi assume il farmaco deve discutere ogni decisione con il proprio medico. Per le persone con prediabete o obesità restano fondamentali alimentazione equilibrata, attività fisica regolare, sonno adeguato e controlli periodici. Lo studio originale è intitolato The SGLT2 Inhibitor Empagliflozin Reduces Circulating Monocyte-Platelet Aggregates: A Pilot Study ed è pubblicato su Circulation, DOI 10.1161/circulationaha.125.077432.