Gocce che promettono di recuperare la vista, integratori presentati come rimedi per le malattie oculari, cellule staminali e dispositivi elettromagnetici: anche in oftalmologia circolano proposte accompagnate da promesse prive di solide prove scientifiche. A fotografare il fenomeno è uno studio pubblicato su JAMA Ophthalmology, che ha coinvolto 955 adulti con patologie oculari nel Regno Unito e negli Stati Uniti.
Il 19,1% dei partecipanti ha dichiarato di essersi imbattuto in trattamenti ritenuti privi di un adeguato fondamento scientifico. Tra queste persone, circa una su quattro ha riferito di averli provati. La pubblicità online è stata indicata come fonte di informazione da quasi il 58% degli intervistati esposti. Tuttavia, chi aveva conosciuto una proposta durante una visita oculistica risultava più propenso a sperimentarla rispetto a chi ne aveva sentito parlare attraverso annunci e contenuti promozionali online.
Le conseguenze possono riguardare sia il portafoglio sia la salute: alcuni pazienti hanno riferito spese superiori a 10.000 sterline ed effetti indesiderati, tra cui un peggioramento della vista. La vulnerabilità, spiega il dottor Alberto Lanfernini, specialista in Oftalmologia presso il San Pier Damiano Hospital di Faenza e membro del Consiglio direttivo di AIMES, è legata al ruolo centrale della vista nell’autonomia, nelle relazioni e nella qualità della vita.
Il valore delle prove
Una diagnosi importante o il timore di perdere autonomia possono rendere più ricettivi verso chi promette una soluzione. Il richiamo è ancora più forte quando le terapie disponibili non garantiscono una guarigione completa, richiedono tempi lunghi o possono soltanto rallentare la progressione di una malattia. In questo spazio, osserva l’esperto, le promesse miracolose rischiano di prevalere sulla valutazione razionale delle informazioni.
Il termine trattamenti bogus indica proposte presentate in modo ingannevole o prive di evidenze adeguate. Il confine non coincide necessariamente con quello tra medicina convenzionale e rimedi naturali: definizioni come alternativo, naturale o innovativo non dimostrano da sole efficacia o sicurezza. A contare sono i risultati degli studi per una specifica indicazione, la qualità delle prove e i dati sui possibili rischi.
Fotobiomodulazione, luce pulsata e terapia fotodinamica possono trovare applicazione in ambiti specifici dell’oftalmologia, ma non sono intercambiabili né adatte a ogni disturbo visivo. Lo stesso vale per farmaci e integratori: un prodotto può essere utile in un determinato contesto e risultare inefficace o inappropriato in un altro. Anche gli integratori non sono automaticamente innocui: possono provocare effetti indesiderati, interferire con altri farmaci o non essere indicati in presenza di alcune condizioni.
Esistono comunque formulazioni nutrizionali con benefici documentati in situazioni precise. Gli studi AREDS e AREDS2, promossi dal National Eye Institute, hanno mostrato che una combinazione specifica di vitamine antiossidanti, zinco e altri nutrienti può contribuire a rallentare l’evoluzione della degenerazione maculare legata all’età in alcune categorie di pazienti. Questi risultati non autorizzano però a considerare tali prodotti una protezione universale o una soluzione adatta a chiunque.
Come valutare una proposta
Prima di provare una terapia è utile chiedersi quali studi ne sostengano l’impiego, quali benefici siano stati osservati e in quali pazienti. Espressioni come rigenera la retina, blocca l’invecchiamento o salva la vista, se non accompagnate da dati verificabili, restano slogan. Va inoltre valutata la plausibilità del meccanismo d’azione e la qualità della ricerca, considerando finanziamenti, possibili conflitti d’interesse, metodo e conferma dei risultati da parte di altri gruppi.
Il rischio maggiore non è soltanto economico: una proposta inappropriata può far perdere tempo prezioso, ritardare una diagnosi o portare a interrompere una cura efficace. Chi valuta un trattamento complementare dovrebbe parlarne con il proprio oculista, senza sospendere terapie o rinviare accertamenti. La scelta deve tenere conto della diagnosi, dello stadio della malattia, delle condizioni individuali, dell’efficacia attesa e delle possibili interazioni.