Per dormire meglio non conta necessariamente soltanto la quantità complessiva di esercizio svolto. Una nuova analisi suggerisce che anche la frequenza del movimento, distribuita nel corso dei giorni e delle ore, possa essere associata ad alcuni aspetti della qualità del riposo. I risultati sono però preliminari e non dimostrano che l’attività fisica sia la causa diretta dei cambiamenti osservati.
Che cosa ha rilevato lo studio
La ricerca ha seguito 69 giovani adulti, in gran parte studenti universitari, con un’età media di circa 21 anni. Per due periodi nell’arco di otto mesi i partecipanti hanno indossato un dispositivo da polso simile ai comuni braccialetti fitness. Lo strumento registrava i movimenti e stimava la durata e le diverse fasi del riposo notturno.
Tre volte alla settimana, al risveglio, i partecipanti riferivano inoltre il proprio livello di energia, stress, serenità e la qualità percepita del riposo. I dati utilizzati provenivano da un’analisi secondaria, cioè da informazioni raccolte inizialmente per un altro obiettivo. Si è trattato inoltre di uno studio osservazionale: nessuno ha modificato le proprie abitudini su indicazione dei ricercatori.
Le persone che accumulavano più giorni con almeno dieci minuti di attività moderata o intensa, come una camminata veloce o una pedalata, tendevano ad avere nelle prime ore della notte una quota maggiore di sonno non-REM. Si tratta della fase più profonda, meno associata ai sogni, che secondo le conoscenze attuali contribuisce al recupero dell’organismo e al consolidamento della memoria.
Risultati da interpretare con cautela
Anche il movimento leggero risultava associato a una maggiore energia al mattino. Nell’arco della singola giornata sembrava contare il numero di ore in cui i partecipanti si muovevano almeno per qualche minuto: più ore attive coincidevano con un riposo lievemente più lungo. Interrompere la sedentarietà con brevi momenti di attività più vivace era invece collegato a un umore più sereno al risveglio.
Il disegno dello studio non consente però di stabilire un rapporto di causa ed effetto. È possibile che il movimento favorisca il riposo, ma anche che chi dorme meglio abbia più energia e voglia di muoversi. Inoltre, il campione era piccolo e composto soprattutto da ventenni in buona salute: non è quindi possibile sapere se gli stessi risultati valgano per persone di altre età, per chi lavora a turni o per chi soffre di insonnia.
Un ulteriore limite riguarda i dispositivi da polso, che stimano le fasi del sonno con una precisione inferiore rispetto agli esami di laboratorio. Gli effetti rilevati erano modesti e vicini al limite della significatività statistica. Si tratta dunque di segnali interessanti, non di certezze.
Il dato più utile riguarda la possibilità di inserire nella giornata piccole dosi di movimento: alzarsi periodicamente dalla sedia, usare le scale o camminare a passo svelto per dieci minuti. La frequenza potrebbe avere un ruolo, ma questa ipotesi dovrà essere verificata con studi più ampi e su gruppi diversi. In presenza di problemi persistenti o di sonnolenza durante il giorno, è comunque opportuno parlarne con il medico: l’attività fisica può aiutare, ma non risolve necessariamente un disturbo del sonno.
La fonte scientifica è il paper Physical Activity Frequency Patterns Influence Sleep Architecture in Young Adults, pubblicato sul Journal of Physical Activity & Health, DOI 10.1123/jpah.2024-0844.