Un nuovo studio condotto sui topi suggerisce che, nelle malattie caratterizzate dall’accumulo della proteina tau, il danno ai neuroni possa dipendere anche dall’attività del sistema immunitario. La ricerca ha analizzato in particolare il comportamento dei linfociti T, cellule di difesa che dal sangue possono raggiungere il tessuto cerebrale in presenza di segnali infiammatori.
La proteina tau, in condizioni normali, contribuisce a mantenere la struttura interna dei neuroni. In alcune patologie, tra cui l’Alzheimer, può aggregarsi formando grovigli: questi disturbi vengono definiti tauopatie. I ricercatori si sono concentrati sul recettore CXCR3, una sorta di antenna che permette ai linfociti T di riconoscere i segnali chimici provenienti dai tessuti infiammati.
In una prima fase, il gruppo ha provocato un’infiammazione in un’area cerebrale coinvolta nei processi di memoria e ha osservato il richiamo delle cellule immunitarie. Nei topi privi di CXCR3, oppure trattati con un anticorpo capace di bloccarlo, i linfociti non riuscivano a entrare nella zona interessata. Successivamente, lo stesso approccio è stato testato su animali predisposti geneticamente ad accumulare tau e a perdere neuroni. Il trattamento è stato somministrato per via sistemica, quindi attraverso la circolazione generale.
Che cosa è emerso
Gli animali trattati presentavano nel cervello molti meno linfociti T, sia quelli coinvolti nel coordinamento della risposta immunitaria sia quelli capaci di attaccare direttamente altre cellule. La perdita di neuroni risultava ridotta e alcuni aspetti delle prestazioni cognitive, valutati attraverso test comportamentali, apparivano migliorati.
Anche la microglia, il principale gruppo di cellule immunitarie residenti nel cervello, mostrava meno segni di una specifica forma di attivazione. L’infiammazione, però, non veniva eliminata completamente. Inoltre, i linfociti rimasti nel tessuto cerebrale sembravano in parte meno attivi o più esausti.
Un dato importante è che i depositi di tau non diminuivano. Il risultato sostiene quindi l’ipotesi che la neurodegenerazione non sia legata soltanto alla presenza della proteina, ma anche a una risposta immunitaria eccessiva. Si tratta tuttavia di un’interpretazione ancora da verificare e non di un meccanismo dimostrato nelle persone.
Limiti e prospettive
Il possibile interesse terapeutico deriva dal fatto che il farmaco agisce sulle cellule immunitarie prima del loro ingresso nel cervello. In questo modo potrebbe aggirare, almeno in teoria, la barriera ematoencefalica, il filtro che protegge il tessuto cerebrale e ostacola il passaggio di molti medicinali.
Il limite principale è che gli esperimenti sono stati condotti esclusivamente su animali. I modelli murini riproducono solo alcuni aspetti delle malattie umane e diversi trattamenti efficaci nei topi non hanno poi dato gli stessi risultati nelle persone. Non è inoltre noto se un simile intervento potrebbe essere utile quando il danno cerebrale è già avanzato. La sicurezza resta da valutare: ridurre l’attività dei linfociti potrebbe indebolire le difese contro infezioni e altre minacce.
I risultati non giustificano l’uso autonomo di antinfiammatori, integratori o prodotti che promettono di modificare la risposta immunitaria per proteggere la memoria. Una terapia di questo tipo non è oggi disponibile per l’uomo. Nel frattempo, per la salute cerebrale restano consigliate le misure con prove più solide, come attività fisica regolare, controllo della pressione arteriosa, sonno adeguato e una vita sociale attiva. In caso di dubbi sulla memoria, il riferimento resta il medico.
Lo studio, intitolato Peripheral CXCR3 blockade mitigates T cell infiltration and neurodegeneration in a mouse model of tauopathy, è stato pubblicato sulla rivista Neuron. Il DOI è 10.1016/j.neuron.2026.08.030.