Ricerca oncologica

Cellule NK più efficaci contro i tumori solidi nei topi

Un sottogruppo con marcatori specifici penetra meglio nel microambiente e rallenta la crescita, ma i dati restano preclinici

Cellule NK più efficaci contro i tumori solidi nei topi

Le immunoterapie hanno cambiato il trattamento di alcuni tumori, ma restano difficili da applicare con la stessa efficacia alle neoplasie solide. In questi casi, infatti, il problema non consiste soltanto nel riconoscere le cellule malate: le difese dell’organismo spesso non riescono a raggiungere in quantità sufficiente l’area tumorale. Un nuovo studio ha analizzato se alcune cellule immunitarie possano essere preparate per muoversi e funzionare meglio in questo ambiente ostile.

Il lavoro si è concentrato sulle cellule natural killer, o NK, globuli bianchi capaci di attaccare cellule anomale, comprese quelle tumorali. Non tutte le NK hanno però le stesse caratteristiche: alcune circolano soprattutto nel sangue, mentre altre tendono a stabilirsi nei tessuti. I ricercatori hanno cercato una popolazione con proprietà simili a quelle delle cellule residenti e, allo stesso tempo, con una marcata capacità di danneggiare le cellule tumorali.

Il sottogruppo analizzato

Per identificare queste cellule, gli studiosi hanno esaminato diversi segnali molecolari e isolato un sottogruppo riconoscibile attraverso tre marcatori associati alla residenza nei tessuti, insieme a un ulteriore segnale chiamato CD39. L’obiettivo era capire se questa combinazione potesse distinguere cellule più adatte a infiltrare il tumore rispetto alle NK attivate con modalità convenzionali.

Nei test, il sottogruppo individuato ha mostrato una maggiore attività citotossica, cioè una più elevata capacità di distruggere le cellule bersaglio. Nei modelli animali di tumore solido, inoltre, queste NK sembravano penetrare più facilmente nel microambiente tumorale, l’insieme di cellule, sostanze e barriere che circondano la massa tumorale e possono ostacolare l’azione delle terapie.

Nei topi, la presenza delle cellule specializzate è stata associata a un migliore controllo della crescita tumorale. I risultati indicano che caratteristiche come l’espressione di CD103 e una maggiore adesione alle cellule tumorali potrebbero favorire sia l’ingresso nel tumore sia l’efficacia dell’attacco. Il dato suggerisce quindi che non sia sufficiente attivare genericamente il sistema immunitario: potrebbe essere necessario preparare le cellule in funzione del tessuto in cui dovranno agire.

Una prospettiva ancora preclinica

La possibile ricaduta riguarda le terapie cellulari contro tumori solidi oggi difficili da trattare con gli approcci immunologici. In teoria, le NK potrebbero anche essere preparate a partire da donatori, aprendo alla prospettiva di trattamenti più standardizzati. Si tratta però di uno scenario futuro e non di una procedura già disponibile nella pratica clinica.

Lo studio è stato condotto soprattutto in laboratorio e nei topi e non dimostra che la tecnica funzioni già nell’uomo, né che sia sicura o efficace per i pazienti. La trasformazione delle NK nel profilo desiderato dipende da segnali specifici e deve essere controllata con precisione. Il lavoro, pubblicato su Science Translational Medicine con il titolo CD39 + CD49a + CD103 + cytotoxic tissue-resident natural killer cells infiltrate and control solid epithelial tumor growth in mice, rappresenta dunque un passaggio di ricerca iniziale. Non offre scorciatoie, integratori o abitudini capaci di replicarne gli effetti, ma contribuisce a chiarire come rendere le immunoterapie più adatte ai tumori solidi.