Ricerca clinica

Alzheimer, il sangue può indicare la risposta alla terapia

Uno studio su p-tau217 e lecanemab rileva segnali biologici già nei primi mesi, ma servono conferme

Alzheimer, il sangue può indicare la risposta alla terapia

Capire se una terapia contro l’Alzheimer sta funzionando richiede oggi valutazioni cognitive ripetute e, in alcuni casi, esami di imaging. Un nuovo studio ha analizzato la possibilità di utilizzare anche un semplice prelievo di sangue per seguire, almeno nelle fasi iniziali della malattia, alcuni cambiamenti biologici associati al trattamento.

I ricercatori hanno seguito persone con Alzheimer iniziale trattate con lecanemab, un farmaco impiegato nelle forme precoci della malattia. L’attenzione si è concentrata sulla proteina p-tau217, considerata un possibile indicatore dei processi biologici legati all’Alzheimer. Lo studio, prospettico e condotto nella pratica clinica, ha coinvolto 153 pazienti. Per analizzare l’andamento nel tempo erano però disponibili campioni completi soltanto per 81 persone, sottoposte a prelievo all’inizio del trattamento, dopo tre mesi e dopo sei mesi.

Il biomarcatore è diminuito durante il trattamento

Il risultato principale è che i livelli ematici di p-tau217 tendevano a ridursi già entro tre mesi dall’avvio della terapia. Il calo più marcato si osservava tra il terzo e il sesto mese, mentre in seguito l’andamento sembrava stabilizzarsi.

La risposta, tuttavia, non era uguale per tutti. I ricercatori hanno individuato due gruppi: uno caratterizzato da una diminuzione più evidente del biomarcatore e un altro con una riduzione più contenuta. Le persone appartenenti al primo gruppo mostravano anche una traiettoria cognitiva più favorevole, con un peggioramento più lento in una scala utilizzata per valutare le capacità cognitive e il funzionamento quotidiano.

Il dato deve essere interpretato con cautela. Lo studio evidenzia un’associazione tra la maggiore riduzione di p-tau217 e un andamento cognitivo migliore, ma non dimostra che il cambiamento del biomarcatore sia direttamente la causa del beneficio clinico.

Un possibile aiuto per il monitoraggio, ma non ancora uno standard

Se confermato da ulteriori ricerche, un esame del sangue capace di riflettere in tempi brevi la risposta a una terapia potrebbe rendere il monitoraggio più semplice e meno invasivo. Al momento, però, il test resta uno strumento promettente e non uno standard clinico consolidato. Non sono ancora definite le soglie di cambiamento significative per il singolo paziente, né è chiaro quanto l’indicatore funzioni in contesti clinici differenti.

Lo studio ha inoltre rilevato che l’ipertensione era associata a una risposta biologica meno marcata. Si tratta di un risultato preliminare, che si aggiunge alle conoscenze sull’importanza di controllare i principali fattori di rischio vascolare per la salute cerebrale, tra cui pressione alta, diabete e fumo, insieme ad attenzione per il sonno e l’attività fisica.

Il lavoro presenta diversi limiti: è stato condotto in un solo centro, ha coinvolto numeri relativamente ridotti per alcune analisi e ha avuto un follow-up breve. I profili individuati sono inoltre esplorativi e dovranno essere verificati in studi indipendenti e più ampi. Il sangue potrebbe quindi diventare un supporto per seguire la risposta alle terapie nell’Alzheimer precoce, ma i risultati non sono ancora sufficienti per modificare la pratica clinica quotidiana.

La ricerca è descritta nel paper Heterogeneity in plasma p-tau217 response and its association with cognitive trajectories under lecanemab treatment, pubblicato sulla rivista Alzheimer’s & Dementia. Il DOI dello studio è 10.1002/alz.71705.