Salute mentale

Quando il disordine in casa può indicare un disturbo

I criteri clinici distinguono l’accumulo patologico dalle semplici collezioni e aiutano a riconoscere i segnali da non ignorare

Quando il disordine in casa può indicare un disturbo

Avere una soffitta piena di ricordi, conservare collezioni o attraversare un periodo di disordine non significa, da solo, avere una malattia. A fare la differenza non sono l’età degli oggetti né l’aspetto più o meno pieno degli ambienti, ma il rapporto con ciò che si conserva e l’impatto sulla vita quotidiana.

Nel disturbo da accumulo esiste una difficoltà persistente a separarsi dagli oggetti, indipendentemente dal loro valore economico o dalla loro utilità concreta. La persona può avvertire un forte bisogno di conservare le cose e provare un disagio marcato all’idea di eliminarle. Una collezione ordinata o un ripostiglio affollato, invece, non bastano a definire un problema clinico.

Quando gli spazi perdono la loro funzione

La situazione diventa più preoccupante quando l’ingombro compromette l’uso dell’abitazione e rende difficili le normali attività domestiche. Tra i segnali da osservare ci sono l’impossibilità di utilizzare una o più stanze, la difficoltà a cucinare, usare i servizi o pulire, i conflitti frequenti con familiari e conviventi e l’ostruzione di corridoi, passaggi e uscite.

La presenza occasionale di uno di questi elementi o una discussione isolata sull’ordine non è sufficiente per una diagnosi. Un accumulo grave può però creare rischi di inciampo e incendio, soprattutto quando gli oggetti bloccano i percorsi o vengono ammassati vicino a fonti di calore. Porte e vie di passaggio dovrebbero quindi restare libere, anche per tutelare la sicurezza di chi vive nella casa.

Non sempre la persona interessata riconosce pienamente la difficoltà. In alcuni casi sono i familiari a preoccuparsi per primi, mentre il diretto interessato non manifesta particolare allarme. Il semplice disaccordo tra conviventi sul livello di ordine desiderabile, tuttavia, non dimostra la presenza di una malattia e non dovrebbe trasformarsi in un’autodiagnosi basata sull’aspetto di una stanza.

Valutazione e possibilità di aiuto

Quando l’ingombro limita l’uso degli ambienti, provoca tensioni o crea pericoli, è opportuno parlarne con il medico di medicina generale o con un professionista della salute mentale. Solo una valutazione clinica può inquadrare il problema ed escludere altre possibili cause mediche o psicologiche, tra cui depressione maggiore, disturbo ossessivo-compulsivo, lesioni cerebrali o disturbi neurocognitivi.

Gli interventi più studiati sono le terapie psicologiche, in particolare la terapia cognitivo-comportamentale specifica per il disturbo da accumulo. Una revisione sistematica di 41 studi, che ha coinvolto 1.343 partecipanti, indica una riduzione della gravità dei sintomi rispetto ai gruppi di controllo, anche se le difficoltà non sempre scompaiono del tutto. Per i farmaci, invece, non ci sono prove solide come trattamento specifico dell’accumulo; il medico può comunque valutare eventuali terapie per l’ansia associata.

Svuotare gli ambienti di nascosto o senza il consenso della persona può provocare sofferenza, alimentare i conflitti e compromettere la fiducia. Fatti salvi gli interventi indispensabili per mettere in sicurezza l’abitazione, da gestire con il supporto di professionisti, uno sgombero imposto risolve solo temporaneamente l’ingombro e non affronta la difficoltà alla sua origine.