Salute equa

Medicina di genere, l’Italia resta indietro nell’applicazione

La normativa esiste dal 2018, ma le differenze territoriali frenano percorsi e diritti dei cittadini.

Medicina di genere, l’Italia resta indietro nell’applicazione

Curare tutti nello stesso modo non significa necessariamente garantire equità. Uomini e donne possono ammalarsi, manifestare sintomi e rispondere ai farmaci in modo diverso. A incidere sono anche fattori sociali come reddito, lavoro, ruolo familiare e accesso alle informazioni. In Italia la medicina di genere è prevista dalla legge dal 2018, ma la sua applicazione resta disomogenea tra territori e strutture sanitarie.

A fotografare il livello di conoscenza e di attuazione tra i cittadini sarà, per la prima volta, il Barometro del Patient Engagement 2026, ricerca nazionale promossa da Helaglobe. Il questionario, aperto a tutti, dedica un modulo alla salute di genere. «Parliamo di genere, quindi abbiamo un focus che non è riferito in modo esclusivo alla donna», spiega Monica Calamai, direttore generale dell’IRCCS Azienda Ospedaliera Metropolitana della Liguria e componente del board scientifico del Barometro.

Le differenze nella cura

La medicina di genere considera sia gli aspetti biologici sia il contesto socioculturale in cui vive una persona. Un esempio riguarda lo zolpidem: nel 2013 la Food and Drug Administration statunitense ha dimezzato per le donne la dose iniziale raccomandata, da 10 a 5 milligrammi, dopo aver rilevato che al risveglio il 15% presentava ancora livelli del farmaco potenzialmente pericolosi per la guida, contro il 3% degli uomini.

Uno studio del 2020 pubblicato su Biology of Sex Differences ha individuato 86 farmaci per i quali le donne raggiungono concentrazioni più alte, spesso associate a maggiori effetti collaterali. Un’analisi del 2023 su JAMA Network Open ha però evidenziato che una parte della differenza dipende dal maggiore consumo di medicinali da parte delle donne: considerando questo fattore, lo scarto mediano nelle reazioni avverse scende dal 45% al 15%.

In Italia il quadro normativo comprende la legge 3 dell’11 gennaio 2018, il Piano nazionale approvato il 13 giugno 2019 e un Osservatorio presso l’Istituto superiore di sanità. Il passaggio dalla norma alla pratica, tuttavia, non è uniforme. La Toscana è stata tra le regioni più attive, mentre altrove il percorso procede più lentamente. Per Calamai servono indicatori di risultato più chiari e, nella fase iniziale, anche strumenti vincolanti per garantire un’applicazione omogenea.

Il divario dentro la sanità

Le disuguaglianze riguardano anche il personale sanitario. Le donne rappresentano il 69% del personale del Servizio sanitario nazionale, il 77,7% degli infermieri e il 52,5% dei medici, ma sono appena il 23,6% dei direttori generali e poco meno del 23% dei primari. Anche le retribuzioni restano inferiori: secondo un rapporto dell’Organizzazione mondiale della sanità, nel settore sanitario le donne guadagnano il 19% in meno all’ora e il 28% in meno al mese rispetto agli uomini.

Il divario di genere si riflette nel quadro internazionale. Il Global Gender Gap Report 2026 del World Economic Forum colloca l’Italia all’83° posto su 145 Paesi; al ritmo attuale, la piena parità globale richiederebbe circa 120 anni. Per Calamai il rischio è che il rallentamento si trasformi in arretramento, soprattutto in una fase di crisi economica e di forti trasformazioni sociali.

Il Barometro, giunto alla terza edizione, ha coinvolto nelle precedenti rilevazioni oltre 7.000 cittadini. Nel 2024 il 62% degli italiani dichiarava di sentirsi poco o per nulla coinvolto dal proprio medico nelle decisioni sulla salute. La nuova rilevazione punta a capire quanto la popolazione conosca la medicina di genere e come ne percepisca l’applicazione. «La conoscenza e l’informazione consentono di reclamare dei diritti. Se non conosci, non puoi reclamarli», conclude Calamai.