La cosiddetta nebbia mentale descrive difficoltà di concentrazione, dimenticanze o la fatica a trovare le parole. Non è una diagnosi e non indica automaticamente un problema legato agli zuccheri nel sangue. Per chi convive con il diabete, tuttavia, alterazioni importanti della glicemia possono influire temporaneamente sulla lucidità. Le prove disponibili non dimostrano però che portare i valori il più in basso possibile basti a migliorare la mente o a proteggere il cervello nel tempo.
Cosa accade con valori molto elevati
Gli effetti di un normale rialzo dopo i pasti vanno distinti da quelli di un’iperglicemia acuta marcata. In alcuni piccoli esperimenti condotti su persone con diabete di tipo 2, valori intorno a 297 mg/dL, pari a 16,5 mmol/L, sono stati associati a un rallentamento della velocità di elaborazione, della memoria di lavoro e dell’attenzione. In uno degli studi, che ha coinvolto venti persone, le prestazioni erano peggiori rispetto a quelle osservate con glicemia normale.
I risultati, però, non sono stati uniformi. Un’altra ricerca, condotta su settanta partecipanti, non ha rilevato cali nei principali test di memoria, salvo differenze in un piccolo sottogruppo impegnato in compiti complessi durante la risonanza magnetica. Non esiste quindi una soglia valida per tutti, né è possibile affermare che le oscillazioni glicemiche quotidiane provochino direttamente la sensazione soggettiva di mente annebbiata.
Il controllo intensivo non protegge necessariamente il cervello
Nel lungo periodo, le persone con diabete presentano una frequenza maggiore di demenza rispetto a chi non ha la malattia e, negli anziani, un rischio più alto di declino cognitivo. Si tratta di un’associazione osservata su grandi numeri: non significa che una singola glicemia elevata danneggi il cervello o che una difficoltà occasionale di concentrazione sia l’inizio di una demenza.
Anche l’emoglobina glicata non consente di stabilire una relazione lineare tra ogni aumento del valore e il rischio cognitivo. Alcuni farmaci, tra cui gli agonisti del GLP-1, sono stati associati in studi della durata di circa 31 mesi a un possibile beneficio sulla demenza, ma questi dati non dimostrano che la sola riduzione degli zuccheri abbia un effetto diretto né indicano una cura per la nebbia mentale.
Le evidenze più solide arrivano dagli studi sul controllo glicemico intensivo nel diabete di tipo 2. In ricerche durate da tre a cinque anni e condotte su oltre undicimila persone ad alto rischio cardiovascolare, l’obiettivo di valori molto stretti non ha prodotto una conservazione migliore delle funzioni cognitive rispetto alla terapia standard. Curare il diabete resta essenziale, ma forzare la glicemia verso il basso non offre un vantaggio cognitivo aggiuntivo.
Il tentativo di ottenere valori troppo bassi può anzi creare il problema opposto. L’ipoglicemia può causare confusione, difficoltà nel parlare o disturbi della vista; nei casi più gravi può provocare convulsioni e perdita di coscienza. Il rischio riguarda soprattutto chi usa insulina o farmaci come sulfoniluree e meglitinidi. Negli studi comparativi, le strategie intensive hanno più che raddoppiato gli episodi di ipoglicemia grave rispetto ai trattamenti standard.
Gli obiettivi devono quindi essere concordati con il medico e adattati alle condizioni della persona, considerando benefici del controllo metabolico e rischio di ipoglicemia. È opportuno chiedere una valutazione quando dimenticanze e difficoltà di concentrazione interferiscono con la gestione del diabete, per esempio con il calcolo delle dosi, l’assunzione dell’insulina o il riconoscimento dei cali di zucchero. Dopo i 65 anni è raccomandato un controllo cognitivo iniziale e poi annuale.
Confusione intensa o alterazione dello stato di coscienza associate a glicemia molto alta, sete marcata, minzione frequente, disidratazione o vomito possono indicare un’emergenza metabolica come lo stato iperglicemico iperosmolare. In presenza di questi sintomi è necessario richiedere assistenza medica immediata, perché il quadro può evolvere rapidamente verso convulsioni o coma.