La psilocibina potrebbe stimolare alcuni processi di riorganizzazione del cervello senza provocare necessariamente gli effetti percettivi associati alle sostanze psichedeliche. A suggerirlo è uno studio preclinico condotto sui topi, che ha analizzato il rapporto tra la plasticità delle cellule nervose e l’attivazione di specifici recettori cerebrali. Il risultato non indica una terapia già disponibile, ma offre un possibile punto di partenza per sviluppare in futuro molecole più selettive.
Gli scienziati hanno osservato nel tempo i neuroni attraverso tecniche avanzate di microscopia, concentrandosi sulla neuroplasticità, cioè sulla capacità del cervello di modificare le proprie connessioni. Lo stress cronico tende a impoverire la rete di comunicazione tra le cellule nervose, riducendo il numero e la qualità dei contatti sinaptici.
Nuove connessioni dopo lo stress
Dopo la somministrazione della sostanza, nei topi è stato rilevato un rapido aumento delle spine dendritiche, piccole strutture che consentono ai neuroni di stabilire collegamenti. Le nuove connessioni non aumentavano soltanto di numero: maturavano più velocemente e mostravano una maggiore stabilità nel tempo, mentre una parte dei contatti già esistenti veniva eliminata.
Nei roditori sottoposti a tre settimane di stress imprevedibile, la psilocibina ha contribuito a recuperare parte delle connessioni perdute e a limitare la loro diminuzione eccessiva. Secondo gli autori, il fenomeno non sarebbe quindi una crescita indiscriminata, ma un rimodellamento della rete nervosa, con la formazione di nuovi collegamenti e la rimozione di altri.
Due effetti legati a circuiti diversi
Il passaggio centrale dell’esperimento riguarda il recettore della serotonina 5-HT2A, la struttura cellulare alla quale si lega la psilocibina. I ricercatori hanno modificato geneticamente i topi per attivare o disattivare il recettore soltanto nei neuroni piramidali dello strato 5 della corteccia cerebrale.
Quando il recettore era presente in queste cellule, la sostanza riusciva a favorire la nascita e la maturazione delle connessioni nervose senza indurre il tipico movimento rapido della testa usato nei roditori come indicatore di un effetto simil-allucinogeno. Disattivando invece il recettore negli stessi neuroni, veniva meno il rimodellamento delle sinapsi, mentre la risposta comportamentale associata all’effetto psichedelico restava presente. Il dato suggerisce che plasticità cerebrale ed esperienza allucinogena possano dipendere da meccanismi cellulari distinti.
I risultati devono però essere interpretati con cautela. Si tratta di una ricerca su animali, limitata a una specifica area, la corteccia somatosensoriale, e basata su un indice motorio indiretto per valutare l’effetto allucinogeno. Questo parametro non può riprodurre la complessità delle percezioni umane e non consente di prevedere automaticamente gli effetti clinici nelle persone.
Non esiste quindi ancora un farmaco pronto all’uso basato su questo meccanismo. Lo studio non giustifica il ricorso autonomo a sostanze psichedeliche, che può essere rischioso e privo di garanzie. Il possibile interesse terapeutico riguarda piuttosto lo sviluppo di composti capaci di stimolare la plasticità senza alterare la percezione. La ricerca è stata pubblicata su Nature Neuroscience con il titolo 5-HT2A receptors in layer 5 pyramidal neurons mediate the neuroplastic but not the hallucinogenic effects of psilocybin.