Ricerca cognitiva

Dolcificanti e memoria: lo studio che invita alla prudenza

Otto anni di osservazione su oltre 12mila adulti mostrano un’associazione con il calo mentale, senza provare un nesso causale.

Dolcificanti e memoria: lo studio che invita alla prudenza

Per chi vuole ridurre le calorie o controllare la glicemia, scegliere prodotti senza zucchero può sembrare una soluzione semplice. Un nuovo lavoro osservazionale ha esaminato però un possibile effetto di lungo periodo dei dolcificanti ipocalorici: il loro rapporto con l’evoluzione delle capacità cognitive. I risultati suggeriscono un’associazione con un calo più rapido di alcune prestazioni mentali, ma non dimostrano che queste sostanze siano la causa del declino.

I ricercatori hanno seguito per circa otto anni più di 12mila adulti, lavoratori del settore pubblico con un’età media di circa 52 anni all’inizio dell’indagine. Attraverso questionari sulle abitudini alimentari è stata stimata l’assunzione quotidiana di sette sostanze: aspartame, saccarina, acesulfame K, eritritolo, xilitolo, sorbitolo e tagatosio. Nel corso del periodo di osservazione, i partecipanti hanno inoltre svolto test per valutare memoria, rapidità mentale e fluidità verbale.

Il legame osservato nei test cognitivi

Le persone che consumavano quantità maggiori di questi composti hanno mostrato una riduzione più rapida delle prestazioni rispetto a chi ne assumeva poco o nulla. Le differenze hanno riguardato soprattutto la memoria e la capacità di trovare e utilizzare le parole. L’associazione è risultata evidente nei partecipanti con meno di 60 anni, mentre non è stata osservata negli adulti più anziani.

Il risultato ha interessato sei dei sette dolcificanti analizzati, tutti tranne il tagatosio. Sono stati coinvolti sia gli edulcoranti artificiali più comuni sia alcuni polioli, tra cui eritritolo e xilitolo. Il rapporto è stato rilevato nelle persone con diabete e in quelle senza la patologia, anche se nei partecipanti diabetici è stata segnalata una maggiore esposizione al calo della memoria.

Perché i risultati vanno interpretati con cautela

La ricerca è di tipo osservazionale e, come tale, evidenzia una relazione statistica senza poter stabilire un nesso di causa-effetto. Non è quindi possibile concludere che siano stati i dolcificanti a danneggiare direttamente le funzioni cerebrali. Inoltre, i consumi sono stati stimati sulla base delle informazioni ricordate dai partecipanti all’inizio dello studio, con il rischio di imprecisioni.

Non si può escludere neppure il ruolo di altri fattori. Chi consuma più prodotti dietetici o confezionati potrebbe avere abitudini alimentari, stili di vita o condizioni di salute non completamente misurati, capaci di influenzare autonomamente l’invecchiamento cognitivo. Serviranno quindi ulteriori ricerche per chiarire il significato dell’associazione.

I dati non giustificano il ritorno a un consumo elevato di zucchero, i cui rischi metabolici e cardiovascolari sono noti. Per chi ha il diabete, il controllo della glicemia resta una priorità. La conclusione più prudente è evitare di considerare automaticamente salutare un alimento ultraprocessato solo perché contiene dolcificanti e, quando possibile, ridurre gradualmente la preferenza per i sapori molto dolci, scegliendo acqua e alimenti semplici.

Lo studio, dal titolo Association Between Consumption of Low- and No-Calorie Artificial Sweeteners and Cognitive Decline: An 8-Year Prospective Study, è stato pubblicato sulla rivista Neurology. DOI: 10.1212/wnl.0000000000214023.