Ricerca clinica

Dengue, il secondo contagio può favorire il virus

Uno studio su 45 adulti analizza il ruolo degli anticorpi nelle prime fasi dell’infezione

Dengue, il secondo contagio può favorire il virus

Una precedente infezione da dengue non garantisce necessariamente una maggiore protezione. Il virus comprende quattro sierotipi, varianti strettamente imparentate ma diverse tra loro, e la risposta immunitaria sviluppata contro uno di essi può avere effetti differenti quando l’organismo entra in contatto con un altro. In alcuni casi le difese bloccano il nuovo contagio; in altri, se gli anticorpi sono parziali o poco specifici, possono favorire la replicazione virale.

Il fenomeno è noto come potenziamento anticorpo-dipendente. Studiare ciò che accade nelle primissime fasi dell’infezione negli esseri umani è però complesso, perché i pazienti vengono spesso osservati quando la febbre è già comparsa e il picco della presenza del virus nel sangue è passato. Un nuovo studio di fase 1 ha cercato di superare questo limite attraverso un’infezione umana controllata.

Il ruolo della memoria immunitaria

La ricerca ha coinvolto 45 adulti sani con storie immunitarie diverse: alcuni non avevano mai incontrato il virus, mentre altri avevano avuto una o più esposizioni precedenti. Ai partecipanti è stata somministrata una forma attenuata del sierotipo 3, indebolita per ridurre il rischio di una malattia grave. L’obiettivo era osservare in modo ravvicinato la risposta dell’organismo.

I risultati indicano che chi aveva già incontrato un sierotipo diverso può sviluppare una carica virale più elevata rispetto a chi affronta la prima infezione. I sintomi sono risultati più frequenti, pur restando lievi. Nei volontari che presentavano anticorpi capaci di favorire la crescita del virus nei test di laboratorio, l’attivazione iniziale del sistema immunitario è stata più lenta. Sono stati osservati anche livelli virali superiori e un successivo indebolimento di alcune difese, tra cui i linfociti T CD8+, importanti per eliminare le cellule infette.

Gli anticorpi associati a una risposta efficace

Lo studio ha evidenziato anche quali caratteristiche sembrano accompagnarsi a una protezione più equilibrata. I partecipanti con livelli più elevati di anticorpi contro la proteina non strutturale 1, o NS1, hanno controllato meglio l’infezione. In questi casi la risposta immunitaria si è attivata rapidamente e in modo coordinato, limitando la circolazione del virus e favorendo difese più durature.

Una replicazione virale minima è stata rilevata anche nelle persone che disponevano già di anticorpi neutralizzanti particolarmente efficaci e di cellule immunitarie reattive. Il dato suggerisce che non conta soltanto la presenza di anticorpi contro la dengue, ma anche il loro bersaglio e la capacità di agire contro il sierotipo coinvolto.

I risultati devono tuttavia essere interpretati con cautela. La sperimentazione ha riguardato un campione ridotto e ha utilizzato un virus attenuato somministrato artificialmente, non trasmesso dalla puntura di una zanzara in condizioni naturali. Non offre quindi un test pronto per misurare la protezione individuale e non modifica, nell’immediato, le indicazioni cliniche per chi vive o viaggia nelle aree a rischio.

La ricerca potrà comunque contribuire allo sviluppo di vaccini più sicuri ed efficaci, progettati per proteggere dai diversi sierotipi senza innescare risposte controproducenti. Per chi si reca in zone endemiche, restano fondamentali le misure per evitare le punture, come repellenti, abiti coprenti e zanzariere. Le eventuali opzioni vaccinali vanno valutate con il medico sulla base della propria storia clinica.

Lo studio, intitolato Dengue virus controlled human challenge reveals that preexisting immunity shapes viral replication and broadly protective responses, è stato pubblicato su Science Translational Medicine. DOI: 10.1126/scitranslmed.aei5117.