Uno studio internazionale condotto in 38 centri clinici negli Stati Uniti, in Australia e in Europa ha valutato l’efficacia di uno spray nasale a base di mebufotenina benzoato nelle persone con depressione farmaco-resistente. La ricerca, coordinata da ricercatori del National Institute of Mental Health and Neurosciences di Bangalore e pubblicata sulla rivista Jama, ha coinvolto adulti tra i 18 e i 75 anni che non avevano ottenuto benefici sufficienti dai trattamenti tradizionali.
La sostanza è stata somministrata con un solo spruzzo in una narice, sotto la supervisione di un medico e all’interno di una struttura clinica. Gli effetti psichedelici sono risultati brevi rispetto a quelli associati ad altri trattamenti della stessa area, che possono richiedere una permanenza di mezza o intera giornata. Tra il 78% e l’85% dei partecipanti è stato considerato idoneo alla dimissione entro due ore dall’assunzione, indipendentemente dalla dose ricevuta.
La rapidità con cui si sono attenuate le alterazioni della coscienza non ha impedito una risposta terapeutica più prolungata. I sintomi depressivi hanno iniziato a ridursi entro 24 ore dalla singola dose e i benefici sono stati osservati fino a otto settimane. Gli autori hanno sottolineato come la durata dell’effetto sia significativa, soprattutto perché rilevata in pazienti con una forma di depressione difficile da trattare.
Che cosa significa depressione farmaco-resistente
La depressione farmaco-resistente si manifesta quando i sintomi persistono nonostante diversi tentativi con antidepressivi assunti a dosi e per periodi adeguati. Non si tratta di una diagnosi separata dalla depressione maggiore, ma di un’evoluzione clinica nella quale continuano a essere compromessi umore, sonno, energia, concentrazione e capacità di provare piacere. Il disturbo può avere un impatto rilevante sulla vita quotidiana e mantenere elevato il rischio suicidario.
La gestione di questa condizione può prevedere il cambio o l’associazione di farmaci, la psicoterapia strutturata, tecniche di stimolazione cerebrale e molecole ad azione rapida somministrate sotto controllo medico. Gli psichedelici studiati in psichiatria agiscono soprattutto su alcuni recettori della serotonina. L’ipotesi è che favoriscano una maggiore plasticità neuronale, cioè la capacità del cervello di riorganizzare connessioni e circuiti coinvolti nei meccanismi depressivi.
I limiti e le questioni ancora aperte
Il rapporto tra esperienza psichedelica ed efficacia terapeutica non è ancora chiarito. Alcuni ricercatori ritengono che l’alterazione della coscienza contribuisca al beneficio, mentre altri ipotizzano un ruolo prevalente dei meccanismi biologici indipendenti dall’esperienza soggettiva. Inoltre, gli effetti percettivi rendono difficile mantenere i partecipanti all’oscuro del trattamento ricevuto, lasciando spazio a possibili influenze delle aspettative.
Restano da valutare la durata dei benefici oltre le otto settimane, l’eventuale necessità di dosi ripetute, la sicurezza nel lungo periodo e l’idoneità per specifiche categorie di pazienti. In genere, gli studi escludono persone con una storia di psicosi o alcune patologie cardiovascolari, poiché queste sostanze possono aumentare pressione e frequenza cardiaca e destabilizzare quadri psichiatrici fragili. Prima di un uso clinico ordinario saranno necessarie ulteriori conferme indipendenti e la valutazione delle autorità regolatorie.
Attività fisica regolare, sonno stabile e relazioni sociali possono sostenere il percorso di cura, ma non sostituiscono il trattamento specialistico. Anche la ricerca sugli psichedelici si inserisce infatti in un approccio articolato, che comprende supervisione medica e supporto psicologico.