Riconoscere un volto, associarlo a una persona conosciuta e interpretarne l’espressione sono attività che il cervello svolge in modo quasi automatico. Nelle persone nello spettro autistico, però, l’elaborazione delle informazioni facciali può seguire modalità differenti. Un nuovo studio ha analizzato come questa capacità si sviluppa durante l’infanzia, offrendo elementi utili per comprendere meglio alcune difficoltà nel contatto visivo e nel riconoscimento delle persone.
La ricerca, di tipo osservazionale, ha coinvolto quasi 400 bambini tra i 6 e gli 11 anni, mettendo a confronto partecipanti neurotipici e bambini con diagnosi di autismo. Durante gli esperimenti, l’attività cerebrale è stata registrata attraverso un’elettroencefalografia ad alta densità, una tecnica non invasiva che consente di osservare in tempo reale la risposta dei neuroni agli stimoli visivi.
Come vengono elaborati i volti
Ai partecipanti sono state mostrate immagini di volti orientati correttamente, volti capovolti e oggetti comuni, tra cui case. I ricercatori hanno poi analizzato i segnali elettrici per valutare quanto il cervello riuscisse a costruire una rappresentazione specifica dei volti e a distinguere l’identità di una singola persona da quella di altri soggetti o da oggetti non animati.
Nei bambini autistici, i segnali associati alla percezione del volto e alla sua identità sono risultati meno differenziati rispetto a quelli osservati nei coetanei neurotipici. In termini semplici, la risposta cerebrale davanti a un volto appariva meno distinta da quella generata da una casa o da un volto capovolto.
Uno sviluppo con ritmi differenti
Il confronto tra le diverse età ha evidenziato anche un andamento diverso nella specializzazione dei circuiti nervosi. Nei bambini neurotipici, tra i 6 e gli 11 anni, il cervello tende a diventare progressivamente più selettivo nella codifica dei volti. Nei partecipanti autistici, invece, lo stesso affinamento legato all’età non è emerso negli stessi termini. Il dato suggerisce la presenza di differenze biologiche precoci nello sviluppo neurologico, senza però descrivere il funzionamento di ogni singola persona.
Secondo gli autori, questi risultati aiutano a superare l’idea che chi evita lo sguardo o fatica a riconoscere i volti lo faccia per disinteresse, timidezza o scarsa educazione. Il comportamento può riflettere un modo diverso di elaborare gli stimoli visivi. Per questo, in famiglia e a scuola, può essere più utile proporre forme di comunicazione personalizzate invece di imporre il contatto oculare, che per alcuni bambini può risultare faticoso o poco significativo.
I risultati devono comunque essere interpretati con cautela. Lo studio fotografa gruppi di bambini in un determinato momento e non segue gli stessi partecipanti nel tempo; non può quindi dimostrare un rapporto di causa-effetto. Inoltre, l’autismo è una condizione molto eterogenea e i risultati medi non rappresentano necessariamente ogni individuo. I tracciati osservati contribuiscono alla comprensione biologica del fenomeno, ma non sono strumenti diagnostici utilizzabili nella pratica ambulatoriale.
Il lavoro è stato pubblicato su Nature Mental Health con il titolo Decoding the temporal dynamics of face-specific neural representations in autism. Il DOI dello studio è 10.1038/s44220-026-00672-y.